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IL CASO/ Sbriglia (carcere Trieste): ecco come il detenuto continua a essere un genitore

Pubblicazione:sabato 7 luglio 2012 - Ultimo aggiornamento:sabato 7 luglio 2012, 20.38

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Per la prima volta nella storia della realtà penitenziaria italiana, la Direzione penitenziaria di Trieste e la Magistratura di sorveglianza hanno autorizzato che un detenuto della Casa circondariale di Trieste potesse avere un colloquio con gli insegnanti del figlio minore attraverso Skype, software che permette di mettere in collegamento audio e video due postazioni informatiche. Il detenuto ha così potuto parlare con i professori della scuola situata in un comune della provincia di Udine, scoprendo tra l’altro gli ottimi risultati scolastici del figlio. E’ lo stesso direttore della Casa circondariale di Trieste, Enrico Sbriglia, a raccontare il progetto sperimentale a IlSussidiario.net.

Direttore, come è nata l’idea del progetto?

Il progetto è sperimentale, è vero, ma in realtà è lo stesso ordinamento penitenziario a spingerci verso il mantenimento dei rapporti familiari dei detenuti presenti, anche come verifica della loro personalità. In una situazione di carcerazione il detenuto non deve venir meno ai suoi doveri genitoriali, anzi, paradossalmente è proprio in una simile circostanza che questi andrebbero ulteriormente messi in evidenza e dimostrati. Ci siamo quindi chiesti se fosse stato possibile consentire alle persone detenute di poter entrare in contatto con i docenti delle scuole dei propri figli sia per apprenderne i risultati ma anche per rendersi utili, da genitori quali sono, in quelli che sono i percorsi didattici.

Il progetto è diventato dunque realtà. In che modo?

Il carcere è per definizione una struttura che divide l’uomo dalla realtà esterna, quindi abbiamo pensato di poter usufruire della potenza del Web e delle varie tecnologie informatiche disponibili. Voglio ribadire che, fatta eccezione per una buona dose di fantasia, non abbiamo fatto altro che applicare regole già esistenti, a dimostrazione del fatto che le norme carcerarie non servono solo a vietare ma anche a permettere che progetti del genere possano vedere la luce.

Come vi siete mossi successivamente?

Abbiamo preso gli adeguati accordi con i docenti della scuola del ragazzo e abbiamo avuto la fortuna di trovare nell’associazione Onlus “Auxilia” un ottimo partner che non solo ha presentato il progetto a livello regionale ma ha messo a disposizione i suoi operatori specializzati. Quindi abbiamo proseguito con un’attività di informazione rivolta a tutti i detenuti interessati.

Con quale risultato?

La cosa singolare è che in molti inizialmente non credevano che un progetto del genere fosse davvero realizzabile, quindi sceglievano di non formulare l’istanza utile a farlo partire. Dopo piccoli problemi di comunicazione il tutto è però cominciato e i risultati sono stati veramente sorprendenti.

Ce ne parli.


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