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IL CASO/ Argentina, così la falsa libertà minaccia uomo e donna

Il presidente argentino Cristina Kirchner (InfoPhoto) Il presidente argentino Cristina Kirchner (InfoPhoto)

E allora, lì dove c’è un chiaro limite naturale, prende piede l’operazione culturale: se il valore da perseguire è l’uguaglianza, intesa come omogeneità acritica, allora tutte le differenze sono guardate con sospetto e tacciate di discriminazione. Ma siamo sicuri che porre delle differenze significhi emarginare qualcuno? Siamo proprio certi che l’operazione della distinzione, primaria operazione dell’essere umano in quanto tale, comporti a prescindere una discriminazione? A ben vedere, appare vero l’esatto contrario: è proprio non facendo distinzioni che si generano le più grandi discriminazioni. Ci viene in soccorso l’art. 3 co. 2 della nostra Costituzione (ma il principio è presente nella quasi totalità delle Costituzioni contemporanee), che parlando dell’uguaglianza sostanziale mostra come questa implichi il fatto che situazioni uguali vengano trattate nel medesimo modo ma anche che situazioni diverse vengano trattate in modo differente.

Il problema inerente ai disturbi di identità è questione, per questo, assai delicata e da trattare con assoluto riguardo: è questo un campo in cui, sempre più, le scienze mediche, sociali e giuridiche sono chiamate a cooperare formando una virtuosa sinergia capace di accompagnare coloro che ne fanno richiesta in un non semplice percorso umano ed esistenziale.

Evitare l’assunzione di responsabilità personale e comunitaria di una simile e complessa situazione umana sostituendola con la sterile compilazione di una richiesta amministrativa andrebbe a generare inevitabilmente e drammaticamente un ulteriore isolamento e una reale discriminazione. Il dire “oggi mi sento donna e chiedo la rettifica del sesso” e cosa ben diversa da una dolorosa esperienza di non riconoscimento personale nella ricerca del significato di sé che, lungi dall’essere un sentimento intimistico ed individuale, necessita il più possibile di condivisione ed accompagnamento. 

Per questo la “conquista” argentina non è una tappa di civiltà: la creazione del nuovo diritto all’identità di genere è in realtà la vittoria della pretesa dell’individuo singolo o del gruppo particolare sulle esigenze dell’uomo e della comunità. I diritti, infatti, non sono creati, ma riconosciuti dall’ordinamento e si pongono come tentativi di rispondere a quell’esigenza di giustizia che ogni uomo costitutivamente porta con sé: proprio per questo necessitano inevitabilmente di rapporti e non di slogan elettorali.

L’apparente vittoria della libertà di espressione rischia, così, di creare sempre maggiori e diffuse situazioni di solitudine: è questo lo scenario che accomuna gran parte dei tanto conclamati nuovi diritti, i quali si configurano come pretese di alcuni, legittime o meno, che non trovano fondamento nel diritto e che troppo spesso, sotto le mentite spoglie di garanti degli interessi comuni, finiscono per realizzare solamente altri discutibili “superiori” interessi.

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