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MORALE & DOPING/ Chi è Alex Schwazer (davvero)?

Pubblicazione:venerdì 10 agosto 2012 - Ultimo aggiornamento:venerdì 10 agosto 2012, 10.42

Il caso Schwazer Il caso Schwazer

Giustizia che invece nella sua natura è risposta a un inestirpabile bisogno mio, tuo, di Schwazer, e che nella sua formulazione umana trova o dovrebbe trovare un'applicazione, per quanto ironica e parziale, ma corrispondente. È veramente giustizia quella che muove e agisce a prescindere e dimenticando questa naturale tensione della persona? Ed è perciò ragionevole nella sua attuazione, che pretenda di ignorare la totalità delle componenti in questione?

È proprio questa tensione costitutiva dell'umano che emerge drammaticamente dalla figura di Schwazer, apparso così solo e privo di strumenti di fronte a questa incombenza così radicale, manifestata in lui dalla ossessiva ricerca della riuscita, nella quale aveva posto e immaginava la sua totale consistenza, un sogno. Un sogno incanta, di certo non incarna. L'assunzione di sostanze dopanti, in fondo, non è stato altro che un modo di rispondere a questo bisogno di giustizia, di farsi cioè giustizia da solo, di alimentare un sogno che iniziava a stargli stretto.

Ma è solo una prospettiva che abbia il coraggio di stare di fronte, anche smaliziata, a tutto il male, il peccato, il dramma (ma anche all'immenso bene) di cui è capace l'uomo, senza inevitabilmente scartarlo, che può competere con la pesantezza che Schwazer si sente addosso ora, e quindi anche nel tempo vincerla, uno sguardo del genere, perché cosciente della sua irriducibilità. Ed è solo guardando le cose da un'angolatura del genere, che è possibile valutare integralmente e dare fino in fondo le ragioni di un fatto come questo, senza scadere in buonismi o moralismi di sorta, guardando tutto fuorché il fatto in questione. Ma questo e' un dono che si trova cercandolo, chiedendolo. Del resto qualcuno diceva: dalla Grazia, l'audacia; dalla Natura, il terrore.

(Giacomo Fornasieri



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COMMENTI
10/08/2012 - Non sono d'accordo (Alberto Consorteria)

Letto l'articolo, ma ho un'altra lettura della vicenda: Schwarzer non voleva fare l'atleta. Era da tempo che manifestava questa lontananza dalla competizione. Era più uomo di spettacolo che atleta, che ha avuto grandi pressioni esterne per restar lì sulla breccia. Per eterogenesi dei fini si è fatto beccare: voleva chiuderla lì, non vincere! Volendo quel controllo poteva saltarlo! L'ansia di vincere si annida proprio dove il caso conclamato non c'è: sinora 20 positività di atleti presenti ai giochi: 15 dell'atletica su 2000 partecipanti. Ma non era il ciclismo il male? Già, Bolt, che ha battuto atleti che poi si è scoperto essere dopati, va avanti con cosce di pollo fritte... Crediamoci pure.