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LA STORIA/ Ilva, quella fabbrica che tiene in vita (e avvelena) Taranto

Immagine d'archivio (Infophoto) Immagine d'archivio (Infophoto)

Ma il racconto di Cinzia non termina qui. «Quando ho cambiato lavoro, passando all’insegnamento all’interno della scuola di Tamburi, ogni tanto chiedevo ai miei alunni perché le loro famiglie non avessero deciso di andarsene. “Professoressa – mi disse un giorno uno di loro –, o moriamo di cancro o moriamo di fame. Il cancro forse non ci viene, ma di fame moriamo di sicuro”. 
Insomma, ciascuno di noi porta dentro di sé un dramma. Il diritto alla vita e al lavoro sembrano in contraddizione in una città in cui ai bambini è vietato toccare l’erba e i fiori dei giardinetti e in cui le mamme che allattano danno un latte già inquinato ai propri figli. Anche se i giornali nazionali raccontano un’altra storia…». 

Ma com’è possibile vivere dentro una situazione di questo tipo? «Davanti a una cosa del genere non ci si può schierare. Un uomo che porta con sé i propri desideri e le proprie ferite aperte, per la vita, per il lavoro e per la nostra terra deturpata, ha solo bisogno di qualcuno che lo aiuti a far venir fuori da ciò che accade la verità e la speranza. Verità e speranza, non silenzio e connivenza…».

(Carlo Melato) 

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COMMENTI
16/08/2012 - Ilva non è meglio spostare i quartieri a rischio? (Carlo Cerofolini)

Fermo restando che va messo a norma Ue ciò che non lo è, pur cum grano salis, se però anche dopo è prevedibile che gli abitanti delle case confinanti con l'acciaieria dovranno comunque sopportare disagi e/o rischi superiori ad un certo livello, non è che sarebbe meglio trasferire quei quartieri in zone limitrofe, più sicure, visto che non è pensabile né chiudere - pur temporaneamente - l'attività dell'Ilva né trasferirla altrove?

 
15/08/2012 - Vita e morte (Giorgio Antonaci)

Torno a commentare nonostante la promessa a non ricaderci, dopo due commenti sulla vicenda Schwazer semplicemente spariti, senza motivo: uno, critico, all'intervista all'integralista Dallera (ma in questo caso un briciolo di democrazia sarebbe stata più che sufficiente) e un altro, di totale condivisione, all'intervista al padre di Alex, il caro Josef. Ci riprovo per l'ultima volta, sul caso Ilva, per esprimere un pensiero sereno e semplice. Spegnere l'impianto è la sua morte e quella civile delle decine di migliaia di suoi dipendenti e delle loro famiglie: nessun giudice dovrebbe assumersi né, in un paese davvero democratico, dovrebbe potersi assumere, questa responsabilità. Non c'è principio di diritto in grado di giustificare la distruzione dell'economia di una regione e di gran parte di un Paese. La magistratura deve riflettere su questo aspetto, apparentemente sottovalutato, fondamentale, di un provvedimento adottato, forse, con leggerezza, esclusa l'arroganza per amor di patria. Lasciarlo in funzione senza interventi migliorativi segna la morte, nel tempo, delle stesse persone e di tante altre che vivono a contatto con l'inquinamento. La sola possibilità in grado di salvaguardare ovini e ortaggi consiste nell'adozione e realizzazione delle misure antinquinamento senza lo spegnimento. La ricerca è certamente in grado di provvedere, a patto che nessuno si affezioni a opinioni, trasformandole in diktat. Coraggio Italia: ce la possiamo fare anche stavolta. Giorgio Antonaci.