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ILVA TARANTO/ Così l'acciaio manda in crisi la retorica dei diritti

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Il timore, ed è un timore serio, è che quando, prima o poi, si acquisirà piena coscienza di questo limite del linguaggio dei diritti, si sia tentati dall’abbandonarlo o, ancora peggio (ed è quanto già in parte sta avvenendo), che si effettuino delle vere e proprie “crociate” contro o a favore di questo o quel diritto, promuovendo una conflittualità i cui rischi sono evidenti a chiunque. In realtà, ciò che occorre è prendere atto che il linguaggio dei diritti, una volta trasportato in società complesse come quelle attuali, caratterizzate da un accentuato pluralismo di valori e con una scarsa condivisione generale dei medesimi, deve essere utilizzato in modo maggiormente consapevole, recuperando la dimensione etica del linguaggio e di qualsiasi linguaggio. Bisogna considerare che ogni affermazione fatta ha una dimensione di responsabilità. In particolare, occorre sempre interrogarsi su cosa ci “autorizzi” a fare determinate affermazioni e su quali “impegni” esse comportino.

In questa prospettiva, e ritornando al caso ILVA, c’è da chiedersi se il bilanciamento dei valori sottesi al diritto alla salute e al diritto al lavoro non fosse già stato   effettuato in sede politica attraverso la scelta, peraltro in parte imposta da obblighi in tal senso assunti in sede europea, di penalizzare certi comportamenti con previsioni che legittimavano il ricorso a strumenti coattivi quali il sequestro, con la conseguenza di ritenere che tali scelte politiche precedenti abbiano fornito all’autorità giudiziaria la “legittimazione” necessaria per fare le affermazioni che ha fatto, e che la sottovalutazione degli “impegni” che simile penalizzazione comportava (anche in termini di compressione del diritto al lavoro e di disapplicazione di provvedimenti amministrativi in contrasto) sia quindi riconducibile alla responsabilità politica di detta scelta a suo tempo effettuata.

D’altro canto, occorre porsi alcune domande anche su un altro elemento che rappresenta, dal punto di vista tecnico, il vero punto dolente della situazione in esame: il rispetto del principio di proporzione che, anche sulla base della giurisprudenza sovranazionale oltre che di quella nazionale, rappresenta sempre una condizione generale per l’adozione dei sequestri: il rispetto cioè del principio per il quale il sacrificio imposto con il sequestro (compressione del diritto al lavoro) deve pur sempre essere proporzionato in concreto al vantaggio conseguito attraverso la protezione del bene tutelato attraverso la norma incriminatrice (diritto alla salute).

Ebbene, c’è da chiedersi se il principio di proporzione sia in grado di funzionare adeguatamente quando i beni a confronto siano costituiti da diritti fondamentali (quali il diritto alla salute e il diritto al lavoro) che, per loro natura, aspirano ad uno statuto di assolutezza e universalità che preclude qualsiasi confronto banale. Correlativamente bisogna, infine, domandarsi se un organo giurisdizionale ordinario, per come è formato e selezionato e per le responsabilità che istituzionalmente gli competono, sia davvero il più adeguato a compiere una simile valutazione di proporzionalità e se, conseguentemente, la legittimazione che pure gli è stata data in tal senso, non sia in realtà ingiustificata e possa invece essere rivista dalla “politica”.

Non si pretende in questa sede e ora di dare risposte a problemi così complessi, tuttavia sembra già molto importante che su questioni di tal fatta non ci si lasci travolgere ancora una volta dalle contingenze, iniziando una escalation di contrapposizioni,  polemiche e arroccamenti tra “politica” e “giustizia”, che rivelerebbero tutta la loro sterilità nel futuro. Le soluzioni del caso concreto spettano ad altri, ma sarebbe invece importante, per tutti, portare il dibattito su un piano culturale più ampio, ancorché pregno di ricadute pratiche, che affronti  le questioni poste dal crollo di talune ideologie e studi con franchezza il tema dei diritti, così da consentire di porsi le giuste domande ed avere una prospettiva di più largo respiro nell’immaginare le risposte per il domani.



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