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MEETING 2012/ Out of Teheran: la storia di quattro iraniani fuggiti dal regime

Secondo appuntamento della rassegna “Storie dal mondo”, curata da Roberto Fontolan, direttore del Centro internazionale di Comunione e liberazione, e da Gian Micalessin, giornalista 

Foto: InfoPhoto Foto: InfoPhoto

All’interno della rassegna “Storie dal mondo”, curata da Roberto Fontolan, direttore del Centro internazionale di Comunione e liberazione, e da Gian Micalessin, giornalista e reporter, è andato in scena il secondo appuntamento, vale a dire la proiezione del documentario “Out of Teheran”, prodotto da MediaKite e Rai Cinema. Oltre a Micalessin erano presenti in una gremita Sala Neri General Electric anche Massimo Ilardo, direttore di Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs) Italia, e l’autrice del documentario Monica Maggioni, caporedattore della redazione esteri del Tg1 e documentarista. Il documentario ha raccontato le storie di quattro persone iraniane che, a causa delle oppressioni del regime, sono stati costretti a fuggire dal loro paese e a vivere tuttora lontani dalla loro luogo d’origine. Sono gli stessi protagonisti a raccontare la loro esperienza: “Il mio viaggio è cominciato da piazza Azadi, che vuol dire libertà”, ha detto con amara ironia Abbas Khorsandi, già attivista in rete contro il regime prima delle elezioni che nel giugno 2009 hanno riconfermato Ahmadinejad al potere. Nel luglio 2008 il cinquantenne venne condannato a otto anni e rinchiuso nel carcere di Evin ma, dopo essere stato trasferito in ospedale per gravi problemi di salute, riuscì a fuggire verso il confine turco: “Ho la morte nel cuore per il fatto di non poter vivere nella mia terra, per averla dovuta abbandonare”, ha detto Abbas. “Era il primo giorno di Ramadam, circa le tre del pomeriggio, ci dicevano di non andare molto in giro soli, ma io uscii per andare a comprare le sigarette”, dice invece Ebrahim Mehtari, giovane blogger che durante la campagna elettorale nel 2009 militava nel partito di opposizione di Mousavi. Il giovane fu arrestato, bendato e sequestrato su una macchina, interrogato e torturato per giorni. Appena liberato ha cominciato a denunciare le violenze subite tramite la rete, ma poco dopo si è visto costretto a fuggire. Ora vive a Parigi: “Qui le persone non sono certo cattive ma io non appartengo a questo posto. Io vivo per tornare in Iran”. Diversa invece la testimonianza di Hussein Tabatabei, operatore cinematografico nella tv di stato Irib: “Fu la compagnia dei miei zii che mi insegnò a guardare i fatti in modo critico”.