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SUICIDIO A MONTECITORIO/ Lo Stato non può obbligarci ad ucciderci

L'operaio che si è suicidato davanti a Montecitorio, Angelo Di Carlo. MONICA MONDO prova riflettere sul terribile gesto: non si vale per il lavoro che si ha, ma per il bene degli altri

Montecitorio: qui davanti si è dato fuoco Angelo Di Carlo, foto Infophoto Montecitorio: qui davanti si è dato fuoco Angelo Di Carlo, foto Infophoto

Due parole, con tremore, sull’operaio Angelo Di Carlo, morto dopo un’agonia straziante per le ustioni riportate su tutto il suo corpo. Morto dopo essersi dato fuoco, davanti a Montecitorio, protesta estrema per disperazione: non aveva lavoro, da anni lottava contro la precarietà. Aveva un figlio, cui ha lasciato una lettera e 160 euro, custoditi nel suo zainetto. Ora, non posso immaginare, pur sforzandomi, la lucidità con cui si è cosparso di liquido infiammabile, e ha schiacciato quell’accendino. Il dolore fisico, l’angoscia, la voglia di un nulla purificatore in cui estinguersi. Come si può volere il nulla? Come si può amare la morte? E’ la domanda che mi pongo sempre, e la cronaca in questi anni ci dà continui spunti di riflessione, purtroppo.

Dai kamikaze  ai tanti suicidi  per la tragedia di una crisi cui non eravamo preparati. Perché scegliere l’annientamento? Debolezza psichica, depressione. E’ la risposta più facile, e semplificatoria.  Però dovremo pur chiederci perché questo  aumento inquietante di fragilità  in un’epoca dura, sì, ma non la peggiore che il nostro Paese ha dovuto vivere.  Non vorrei suonasse retorico o irrispettoso, ma ritengo  soltanto realista ricordare chi ha vissuto due guerre, chi ha fatto i conti con lutti e atrocità, è scampato a lager e torture.  Avremmo capito ogni tipo di cedimento. Anche oggi, penso ai profughi che arrivano sfidando la morte in mare, picchiati, derubati, umiliati, e abbandonando figli, affetti, terra. Capiremmo se volessero farla finita, e invece si abbarbicano a scafi marci, senza provviste, senza una speranza concreta. Solo la voglia di vivere e di lottare per i propri cari, per un futuro. Non è così poco, se muove a tanto coraggio.

E’ il solito tema del suicidio: è un atto di coraggio, o permettetemi, di paura, di viltà? Secoli di letteratura romantica ci fanno propendere per la prima ipotesi. Ma provate a chiedere ai figli, agli amici. Quel ragazzo che ha dovuto aprire lo zainetto di papà, e l’ha visto soffrire per le ustioni per sette giorni, sette terribili giorni, cosa può pensare? E’ un eroe, suo papà? Sbaglia chi lo considera tale, anche nella stampa, anche inneggiando al suo nome sui social network, definendo la sua morte una morte  di Stato. Smettiamola . Nessuno Stato può obbligarti ad ucciderti. Manco le dittature più tremende. Diamo ad ogni uomo la dignità di essere libero, in ogni scelta, anche quelle sbagliate. Perché Angelo Di Carlo ha fatto una scelta sbagliata. Ripeto, non sempre riusciamo a dominare la nostra rabbia, il nostro tormento. Ma se è partito da casa con quella tanica di benzina, se ha voluto un luogo simbolico, la piazza del Parlamento, è perché ha scelto, e ha scelto l’odio e il nulla. 

Sono straziata per lui, per la sua famiglia. Dolente per la sua solitudine. Che nessuno l’abbia aiutato, che nessuno gli abbia dato una mano. Guarda Angelo, la situazione è difficile, ma intanto ti presto questi soldi. Guarda, non fare il duro, accetta, lo faresti tu con me. Senti, non è un lavoro fisso, ma che importa, basta per mantenere tuo figlio. E quei fratelli. Aveva un contenzioso con loro, ci dicono i giornali. Qualsiasi cosa fosse, non lo conoscevano almeno un po’, per capire che lo stavano esasperando, che avrebbe potuto compiere gesti insani?