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CARCERE/ Tamburino (Dap): ripensare la pena? Far lavorare tutti

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Il lavoro, quando è vero lavoro e quindi quando ha caratteristiche di serietà e di efficienza, trasforma la persona, determinando una ripresa di autostima e una ricollocazione di carattere sociale. Capita di vedere uomini che per la prima volta nella loro vita vedono se medesimi in una luce nuova, positiva. Aggiungerei che il lavoro, se fatto seriamente, è l’unica vera vaccinazione contro la recidiva.

 

Perché ci tiene a sottolineare la «serietà» del lavoro?

 

Perché in carcere esiste tutta una serie di attività finalizzate a contrastare l’ozio forzato che sono qualcosa di utile, ma che sono lontane dal lavoro nel senso vero del termine. Il lavoro dei detenuti, per essere realmente tale e dare frutti positivi, deve avere altre caratteristiche, diverse da quelle della pur importante ergoterapia, e assimilabili a quelle del lavoro sociale esterno, vera attività efficiente.

 

Sulla base delle informazioni in suo possesso, è possibile quantificare il lavoro di questo secondo tipo che si svolge nelle carceri italiane e metterlo in relazione alla recidiva?

 

Occorrerebbe innanzitutto uno studio accurato, che manca, e dunque quello che posso dire è legato più a mie esperienze personali che a dati scientificamente dimostrati. Ciò detto, posso senz’altro confermare che i successi migliori si sono avuti proprio nei casi in cui la persona detenuta ha iniziato un percorso di lavoro vero in carcere e poi ha saputo, uscendo, far proprio questo cambiamento, dando una svolta alla sua vita.

 

Molte testimonianze di detenuti provano che la pena autenticamente vissuta non è la semplice permanenza in un regime di restrizione. Perché secondo lei il lavoro fa «capire» la pena?

 

Perché il lavoro è il primo fattore che fa recuperare l’autostima, intesa come nuova percezione di sé, e soprattutto fa riguadagnare alla persona una collocazione sociale, aiutandola a vedersi come parte positiva, sana, produttiva nella società. Fino a riconsiderare in modo completamente diverso il reato commesso, che invece è il culmine della fuga dalla responsabilità. 

 

Che cosa potrebbe favorire nel nostro Paese un approccio diverso al problema della detenzione?

 

Concordo con quello che ha detto Luciano Violante al Meeting di Rimini, quando ha auspicato una nuova riflessione sulla pena. Mai come oggi occorre una considerazione nuova, profonda, di che cosa è la pena. È da circa tre secoli, dai tempi di Beccaria se non consideriamo la parentesi della riflessione compiuta a inizio ‘900, che questo non avviene.

 

Quali dovrebbero essere i capisaldi di questo nuovo ripensamento?


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