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CALCIOSCOMMESSE/ Ostellino: una sentenza da Bar sport

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Antonio Conte (Infophoto)  Antonio Conte (Infophoto)

CALCIOSCOMMESSE. Antonio Conte, allenatore della Juventus, fresco vincitore di uno scudetto, tiene una conferenza stampa che mette a subbuglio non solo il “palazzo sport”, ma il “palazzo” pasoliniano, se ancora si può usare questa metafora. Antonio Conte, seduto vicino ai suoi avvocati, urla «vergogna«, parla di «patteggiamento come una forma di ricatto», a cui sei quasi costretto a ricorrere, perché la «giustizia sportiva è quella che è». «Quella dove non è possibile difendersi, anzi impossibile». Dove ci sono «ragioni di urgenza» perché siamo alla vigilia dei campionati e quindi ci sono le ultime pratiche da sbrigare. Conte conclude quasi un’arringa, mettendo sul chi vive tutti suoi colleghi, il mondo della sport in generale. La sostanza che Conte riassume è che quello che è accaduto a lui, può accadere a tutti.
Il mondo del pallone è veramente “nel pallone”, perché a Conte replicano, in modo duro e stizzito, tanti “pezzi da novanta” delle istituzioni sportive nazionali e il tutto diventa un battibecco irritante, per certi aspetti desolante. E, di fatto, il clima che ha pervaso la questione “calcio-scommesse” riporta indietro l’orologio del tempo, alle sentenze del 2006, alla retrocessione della Juventus, alle penalizzazioni, ai campionati assegnati agli avversari.
Piero Ostellino, ex direttore del “Corriere della Sera”, autorevole editorialista sul giornale di via Solferino, non si mostra stupito: «Il mondo dello sport è solo un aspetto di un Paese dove non esiste più la certezza del diritto, dove scattano problemi di puntiglio se reagisci quando ti senti colpito da un’ingiustizia o chiedi spiegazioni esaurienti in base alle norme del diritto. L’unico che ha deposto contro Antonio Conte è il più corrotto di tutti e questo, il “pentito”, viene usato dal sistema per condannare Conte. Un’assurdità».

Ma perché si è creato un clima simile?
Si ricorda la motivazione della condanna del 2006 contro la Juventus? Il procuratore Stefano Palazzi motivò quella sentenza anche per il fatto che rispondeva a un diffuso sentimento popolare. Questo vuol dire che i processi si fanno al “bar commercio” o al “bar sport”. Forse il procuratore Palazzi dovrebbe fare un altro mestiere, a mio parere.

Tutto questo riporta a una conflittualità accentuata, a una polemica continua…


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