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LETTERA/ Scuola, bene il concorso, ma perché non testare sul campo i nuovi prof?

GIANNI MEREGHETTI (docente): un sistema di reclutamento obsoleto non ci porterà da nessuna parte. Meglio la prova dei fatti che prove astratte per selezionare i docenti di domani

(Infophoto) (Infophoto)

Carissimi amici del Sussidiario,

la decisione del governo di aprire una pratica concorsuale per 12mila posti di insegnamento e di farlo in modo che siano i giovani a usufruirne è senza ombra di dubbio positiva e denota una sensibilità nei confronti dei giovani cui si deve dare atto.

A questo punto bisogna però essere conseguenti, altrimenti sarebbe stato meglio non promettere nulla! Bisogna evitare quello che succede sempre nella scuola, ossia versare vino nuovo in otri vecchi, quale è del resto la minaccia che incombe all'orizzonte con nuovi concorsi ma con metodi vecchi. Occorre che il ministero della Pubblica istruzione eviti di ripetere vecchi cliché e tenti nuove strade, impegni il mondo della scuola a mettere in campo le energie di cui dispone per identificare qualcosa di geniale a livello di reclutamento, dove per geniale non si intende astruso ma con maggior pregnanza forme di reclutamento che scovino e premino i migliori tra gli insegnanti.

Se si sono sempre fatti i concorsi con prove scritte e un colloquio orale non è detto che questa formula sia la più efficace e che riesca nell'intento. Anzi è probabile che questo meccanismo sia ormai consunto e inefficace e che non basti un test preselettivo a mettere a posto la cosa, forse c'è da inventare qualcosa di radicalmente nuovo, forse è attraverso la pratica che si può capire se uno sia o non sia un buon insegnante. Perché non proviamo a cambiare sistema di reclutamento? Perché al posto di prove astratte non sottoponiamo i candidati ad una verifica sul campo? Perché non tentare in questa direzione e valorizzare l'autonomia scolastica?

Gianni Mereghetti

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