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Cronaca

J'ACCUSE/ Ruffo (Il Denaro): Napoli, una marcia dei 40mila contro chi non vuol cambiare

ALFONSO RUFFO parla dopo il furto in redazione. E' ora di dare voce a chi tira il carretto Italia. Ci vorrebbe, al Sud, una nuova marcia dei 40mila, come a Torino nel 1980

Foto: InfoPhotoFoto: InfoPhoto

Caro direttore,

eccoci qua. Ammaccati e ancora un po’ storditi ma presenti, sospinti in edicola da un fiume di telefonate, e-mail, messaggi, testimonianze di affetto e di stima che mai dimenticheremo e che ci hanno aiutato a reagire alla stupida e vile aggressione della quale siamo stati fatto oggetto: il furto nei giorni scorsi della maggior parte dei mezzi di produzione di giornale e tv con l’aggiunta di effetti personali e la messa a soqquadro degli uffici.

Aggressione stupida perché il valore di computer, televisori e telecamere di seconda mano è molto basso rispetto al prezzo del nuovo (a meno che oggetto dell’attenzione non siano le informazioni contenute), e vile, perché oltre al danno economico se ne fa uno molto più grande mettendo un gruppo editoriale nelle condizioni di non poter svolgere il suo lavoro (a meno che non sia stata proprio questa la ragione del raid). Comunque sia, eccoci qua. Grazie alla nostra buona volontà, certo, ma anche per effetto dell’ampia azione di solidarietà e sostegno che si è sviluppata tra amici e lettori una volta diffusa la notizia del misfatto. Trattandosi dei giorni immediatamente successivi il Ferragosto, la partecipazione ha superato le nostre aspettative. E ci ha commosso per numero e intensità, come se davvero la profanazione della nostra sede fosse stata avvertita come profanazione della casa e degli affetti di ciascuno. In particolare, dobbiamo ringraziare gli amici e colleghi editori, direttori e giornalisti che in questa occasione ci sono stati vicini con tali offerte di collaborazione e messa a disposizione di spazi e attrezzature da far ricredere sulla fama di cinismo che grava sul nostro settore. Anche le istituzioni hanno fatto quadrato; alle molte e gradite parole di conforto si sono aggiunti fatti concludenti e non è scontato che accada in una città e una regione dove i problemi sono tanti e ognuno è alle prese con i propri.

Fatta questa doverosa e sentita premessa, direi sia giunta l’ora di gridare "mo’ basta!". Di gridarlo forte e chiaro perché tutti possano sentire e in cuor loro immaginare a chi o che cosa indirizzare l’ultimatum. Sì, lo so, esistono già organizzazioni che hanno scelto queste parole come motto distintivo e non vogliamo sottrarre primogeniture a nessuno (ci mancherebbe altro): prendiamo in prestito l’urlo liberatorio per esprimere quello che sentiamo e invocare un cambiamento d’indirizzo. Sì, perché come dice un amico intelligente come il presidente della Fondazione per la Sussidiarietà Giorgio Vittadini, a un certo punto bisogna imparare a fare come i navigatori delle nostre automobili quando per un motivo o per un altro ci troviamo fuori strada: sfoghiamoci, indigniamoci, prendiamocela con la nostra distrazione o con quella degli altri, ma alla fine ricordiamoci che il viaggio non è finito e che occorre ricalcolare la rotta. Ecco, in sintesi: la rotta è persa, ricalcoliamola.