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IL CASO/ La Circe della Versilia e i suoi figli, quando la miseria non sa dare il perdono

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La Versilia innevata (Infophoto)  La Versilia innevata (Infophoto)

Altro che la ferocia dei delitti dell’epica classica! Non han mai letto evidentemente che anche il truce Achille si piegò commosso davanti alla canizie umiliata di Priamo. Per quanto si può odiare? Possono farlo i figli? Sì, se sono della stessa pasta della madre, e non parlo di colpe, ma di educazione. Risulta che l’allora ragazza Tamara avesse più volte auspicato la morte violenta del padre, che fosse solita come passatempo trafiggere con spilloni il wodoo del genitore.

Nessuno stupore se la miseria è misera, e non sa dare il perdono. Forse invece bisognerebbe un’altra volta riflettere – ma pochi hanno voglia di farlo seriamente – sui nostri istituti di pena, su quella mannaia, “fine pena mai”, in vistoso contratso con quel dettato costituzionale che vuole la detenzione come riabilitativa. Riabilitativa a che? A morire in pace? Ma questo non è compito di uno Stato, semmai del confessore. A reinserirsi invece nel mondo, quando non si è più in grado di nuocere, a ritrovare un briciolo di vita libera. Altrimenti, e la provocazione non è priva di senso, la pena di morte abbrevia il carcere, e non è detto sia il peggior male. Vent’anni in galera anche per le Marie Luigie crudeli e menzognere, sono un’eternità. Non hanno più mises appariscenti da sfoggiare, non più chiome biondissime per incantare. Una vecchia, forse, può tornare a casa. I suoi figli sono la condanna più dura.



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