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LEGGE 40/ 2. E ora tocca al tecnico Monti occuparsi di embrioni

La sentenza della Corte europea sulla Legge 40 è solo il primo grado di giudizio. Ma Monti difenderà fino in fondo una legge italiana? Ne parla ASSUNTINA MORRESI

Il presidente del Consiglio Mario Monti (InfoPhoto) Il presidente del Consiglio Mario Monti (InfoPhoto)

Impossibile tenere fuori dall’agenda politica i cosiddetti “temi eticamente sensibili”: sarebbe come non volersi occupare di globalizzazione, o rifiutarsi di parlare di problematiche ambientali, e pretendere comunque di governare il paese. La biopolitica, piaccia o no, fa parte del nostro tempo, lo attraversa e lo trasforma: giudicarne i fatti e stabilire o meno delle regole è inevitabile per chiunque guidi un paese.

E quindi adesso spetterà al governo Monti decidere se ricorrere o meno contro la Corte Europea dei diritti dell’Uomo (Cedu) per difendere la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, e assumersene tutta la responsabilità politica.

Le notizie riportate dai media sono note: una coppia italiana, fertile, portatrice sana di una malattia genetica – la fibrosi cistica – vuole accedere alle tecniche di fecondazione in vitro per poter selezionare gli embrioni sani e trasferirli in utero, scartando quelli malati, per avere figli senza questa patologia.

Sono ricorsi alla Corte Europea perché la legge italiana consente l’accesso a queste tecniche solo alle coppie infertili, vietandolo a chi può avere figli per vie naturali. La legge 40, infatti, è pensata per dare alle coppie sterili una possibilità in più di avere figli, e non per consentire alle coppie in generale di scegliere i propri figli, accettando quelli sani e scartando i malati. 

In prima istanza la Cedu ha accolto la richiesta della coppia, parlando di “incoerenza” fra la leggi italiane, precisamente fra la 40 e la 194 sull’aborto che, secondo la Corte Europea, consentirebbe di abortire se il nascituro è malato di fibrosi cistica: secondo i giudici europei la coppia italiana avrebbe diritto quindi all’accesso alle tecniche di fecondazione assistita e alla diagnosi preimpianto, per scegliere gli embrioni sani da trasferire in utero.

Ma i fatti non stanno esattamente in questi termini, ed è bene fare chiarezza, nel metodo e nel merito, per capire cosa è effettivamente in gioco.

Nel metodo: stiamo parlando di un pronunciamento di primo grado della Cedu, che in molti casi (per esempio la recente sentenza sull’eterologa, o anche quella sul crocefisso), è stata rovesciata nel pronunciamento finale della Grande Chambre. Considerando la grande differenza nelle procedure seguite dalla Cedu per le sentenza di prima istanza e per quelle definitive della Grande Chambre, la prudenza è d’obbligo, e sarebbe bene aspettare la fine del percorso giudiziario prima di trarre qualsiasi conclusione in merito.

D’altra parte, ci si può rivolgere alla Corte Europea solo quando si sono esauriti tutti i gradi di giudizio nella nazione in cui si risiede, ma in questo caso la coppia italiana non si è mai rivolta ai nostri tribunali, il che dovrebbe rendere inammissibile il ricorso stesso, in un eventuale appello.