BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

IL CASO/ Gelmini: Tfa, con i quiz sbagliati io non c'entro

Pubblicazione:

Mariastella Gelmini (InfoPhoto)  Mariastella Gelmini (InfoPhoto)

CASO TFA - Sapere di aver risposto male è un rospo che, tutto sommato, si può ancora ingoiare; vedersi precludere la possibilità di realizzare la propria aspirazione perché le domande erano sbagliate, no. Non devono averla presa bene quelle migliaia di aspiranti insegnanti che, dopo aver partecipato al test d’ammissione ai Tfa, i tirocini formativi attivi introdotti dal precedente governo e necessari per accedere ai corsi abilitanti, hanno avuto conferma delle proprie impressioni. Ovvero, del fatto che gran parte dei quesiti erano sbagliati: senza risposta, con più di una risposta esatta, o in grado di disorientare il candidato, come certifica lo stesso Miur. Di chi è la colpa?, si domandano tutti, rispondendosi in maniera scontata ma non necessariamente esatta.

L’ex ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, infatti, interpellata da IlSussidiario.net, spiega perché a lei non può oggettivamente essere imputa alcuna responsabilità. Andiamo con ordine: su 2.220 domande relative a 37 abilitazioni diverse il ministero ha riscontrato ben 419 domande non conformi al bando; si è deciso di metterci una pezza ritenendo le risposte a tutti i quesiti fallati, corrette; tali quesiti erano stati formulati da una commissione nominata il 5 agosto 2011 e i cui componenti sono stati ora resi pubblici da Francesco Profumo. Ebbene: alla Gelmini, essendo in carica all’atto della nomina, si imputa la colpa dell’inadeguatezza di tale commissione.

«Credo non valga neppure la pena di rispondere; in ogni caso, la nomina della commissione che ha redatto le domande non può essere attribuita alla mia funzione di ministro, in quanto si è trattato di un decreto direttoriale e non di un decreto ministeriale». Se, tuttavia, la replica si limita a esser posta in questi termini, a qualcuno potrebbe venire il dubbio che il linguaggio burocratico nasconda semplicemente la volontà di giustificarsi. «Mi spiego meglio – dice l’onorevole del Pdl : il provvedimento non reca la mia firma, bensì, come molti altri, quella di un direttore del ministero. Ora, va da sé che è doveroso che io mi assuma la responsabilità di tutto ciò che è stato firmato da me;  per il resto, ciascuno si assumerà le proprie».  



  PAG. SUCC. >