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PARADISE: FAITH/ 1. Sbai: un nichilismo osceno che offende la fede di cristiani e musulmani

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Ulrich Seidl (Infophoto)  Ulrich Seidl (Infophoto)

Rifuggire da ogni semplificazione o banalizzazione. Questa la parola d’ordine di chi voglia commentare il film di Seidl a Venezia, Paradise: Faith. Oltre la volontaria e forzata oscenità che pervade la pellicola, utilizzata al fine di sviare i meno attenti dal vero obiettivo, mi pare chiaro che l’intento del film vada piuttosto al di là.

C’è un cuore pulsante di insofferenza verso alcuni elementi che batte dentro la pellicola di Seidl. E non parlo solo della dinamica e di una certa dimensione cristiana. Anzi, l’insofferenza del regista si riversa anche sulla sponda opposta. Analizziamo le figure che caratterizzano il film, perché è nel loro rapporto-scontro che ha sede il senso del film: la protagonista e il marito. Lei, cattolica ultraconservatrice e ultrapraticante che porta la sua ossessione religiosa fino alla morbosa perversione, facendo proselitismo e disseminando la casa di crocifissi e di immagini sacre. Lui, musulmano ormai avvezzo all’estremismo, ridotto sulla sedia a rotelle e allo stesso modo astioso e violento verbalmente contro la donna, che passa a staccare con rabbia ogni crocifisso che lei mette sulla parete, non potendo staccare alla donna quel pensiero e quella fede. La figura di lei è volontariamente smodata e deviata, eccedendo all’estremo e sconfinando nell’oscenità e nella blasfemia, idea incarnata dalla scena dell’autoerotismo. La figura di lui è invece estremizzata all’inverso, resa volontariamente innocua ma esprimendo al contempo la violenza di un comportamento che se solo avesse due gambe chissà dove lo porterebbe contro quella donna che costantemente ne insulta un credo convertito all’odio.

È una pellicola che nasconde, vista da un laico, tutta la dinamica dello scontro di civiltà. Torniamo per un attimo a Breivik, che uccide ragazzini colpevoli solo di giovane militanza, ripercorriamone il pensiero folle concretamente messo in atto e poniamolo, come due sfere trasparenti davanti ai nostri occhi, a paragone con il pensiero di Seidl: due lati della stessa medaglia paiono, laddove la parola e la visione oscena non fanno altro che dare il conto del nichilismo europeo, preso dalla distruzione delle radici, in preda alla spinta forsennata del relativismo storico e umano dei nostri tempi. Quello stesso nichilismo che l’azione di Breivik ha messo ancora in campo: per non soccombere siamo pronti a distruggere le radici di tutto ciò che siamo e in cui crediamo. 

Visioni distruttive, oggettivamente non paragonabili negli esiti ma sostanzialmente ripercorribili nella genesi: devastate da un odio interno che non ha fine, che mastica intolleranza per anni in attesa dell’esplosione. Lì contro i giovani rei di non capire l’avanzata dell’estremismo fondamentalista, qui contro i segni di un certo cattolicesimo integralista e morboso. Non comprendendo che lo scontro è in nuce fra chi vuole un’Europa pronta a rispondere agli assalti esterni e chi la vorrebbe invece prona ad ogni ingerenza, pronta ad aprire il suo ventre all’infezione dell’estremismo. Come nel mondo musulmano lo scontro è fra chi vuole un islam aperto e costruttivo, che non dà la caccia ai crocifissi, e chi vuole invece abbattere l’Europa con un islam distorto e feroce.



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