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PARADISE: FAITH/ 2. Binetti: un "aborto" che profana il cuore di tutti

“Paradise: Faith” di Ulrich Seidl mette in scena la fede distorta e ossessiva di una donna convertita. Condito di varie oscenità, il film è in mostra a Venezia. PAOLA BINETTI

Fotogramma da Fotogramma da "Paradise: Faith" di U. Seidl (immagine d'archivio)

Che “Paradise Faith” faccia scandalo non è notizia. La notizia, grave!, sarebbe stata il contrario, che nessuno si fosse scandalizzato davanti alla storia di una povera malata in cui la fede raggiunge punte di distorsione che suscitano pena e tristezza in alcuni e scandalo in molti altri. Il regista ha voluto provocare gli spettatori, scartavetrarne non tanto la coscienza, quanto la sensibilità e la sensualità, caricando con tinte esagerate, stridenti e conflittive la storia di una povera malata.  

La protagonista è una donna in cui un bigottismo vecchia maniera, amplificato per farne una macchietta, la ridicolizza fin dagli inizi della storia: la moltiplicazioni delle immagini sacre di cui sente il bisogno di circondarsi, l’ossessione con cui vive la sua mortificazione, una sorta di marketing apostolico, che la spinge ad andare di casa in casa più che per aiutare le persone, per distribuire immagini sacre di scarsissima qualità e soprattutto lo scollamento tra una fede predicata e una carità mancata, come traspare dal rapporto con il marito mussulmano. Una donna in cui tutto appare sbagliato, fuori posto, irritante, come accade in quelle personalità immature ed irrisolte, che sono sempre alla ricerca di ciò che non hanno. Un paradiso magico che possa risolvere con un tratto di penna tutti i problemi, ignorando gli infiniti ostacoli che scandiscono la nostra strada verso la felicità. Tutto ciò non ha nulla dell’esperienza religiosa di chi cerca umilmente e coraggiosamente il rapporto con Dio, nella tranquilla esperienza della preghiera e del servizio verso gli altri, con la speranza di trovare alla fine della propria strada il Paradiso. 

Nel film sembra che si siano date appuntamento tutte le aberrazioni di una pietà che non cerca Dio ma solo se stessa, nella improbabile credenza che questo dio creato a propria immagine e somiglianza possa dare gioia e forse anche piacere, posta la caratura erotica che si è voluto aggiungere alla storia. Chissà cosa ha mosso il regista a scegliere questa caricatura della fede tra le moltissime storie possibili in cui ogni giorno tante persone cercano Dio, mettendosi in gioco in modi diversi, ma comunque dettati dalla tensione verso l’Assoluto, verso l’Infinito. C’è una nostalgia di Dio nel nostro tempo che sorprende tutti: credenti, non credenti e diversamente credenti. L’uomo ha bisogno di Dio e lo sperimenta di volta in volta con accenti diversi, ma sempre mosso da un’autenticità della ricerca che commuove e che convince. 

Invece in questo film il grande assente sembra proprio Dio, come se fin dalle prime battute si capisse che Dio non sta nelle immagini senza vita e senza amore, non sta in quella peregrinazione da una visita all’altro senza cuore, non sta nella petulanza di una predicazione priva di carità.