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LETTERA/ I carcerati di Padova: lavorare è stato come rinascere

Pubblicazione:mercoledì 19 settembre 2012 - Ultimo aggiornamento:lunedì 24 settembre 2012, 9.59

(Infophoto) (Infophoto)

Onorevole Ministro,

vogliamo innanzitutto darle il benvenuto, a nome di tutta la popolazione detenuta, dentro queste mura spesso guardate con ripugnanza da chi ha la fortuna di dimorare fuori di esse, ma che come lei ben sa, avendo frequentato questi luoghi da ben prima di diventare ministro della giustizia, non sono abitate da alieni ma da uomini che hanno vissuto e che, quando gli viene data l’opportunità di fare, si ingegnano a costruire prodotti e futuro.

Noi siamo due fratelli, io mi chiamo Gianni e lavoro alle cucine per la cooperativa da circa 6 anni e mio fratello Biagio, fa lo stesso da quasi un anno. Da quando sono arrivato a lavorare mi è cambiato il modo di affrontare la mia carcerazione, grazie anche alla fortuna di aver trovato insieme a un'occupazione persone disposte ad aiutarmi.

Devo confessare che l’inizio non è stato facile perché venendo da altri istituti, in cui non esistevano realtà lavorative, vivevo la carcerazione in tutt’altro modo, sempre con pessimismo e poco interesse. Poi man mano che le giornate al lavoro passavano mi sono accorto che la mia vita stava cambiando: prima di tutto perché mi sentivo trattato come una persona, e questo mi ha aiutato a crescere moltissimo a livello umano. Poi il lavoro mi ha reso indipendente da tutto e da tutti, e ad oggi sono passato dalla necessità e l’umiliazione di chiedere un sostegno economico ai miei famigliari all’orgoglio di poter contribuire con il frutto del mio lavoro al bilancio familiare.

In questo 2012 ci sono capitate delle brutte situazioni sia personali che famigliari dato che io in prima persona ho rischiato la vita, per una grave malattia, subendo un'operazione che mi ha fatto soffrire tantissimo e poi avendo avuto un grave lutto: la morte di mia nipote di 23 anni, figlia di mio fratello Biagio. Se tutte queste cose fossero avvenute in un altro contesto non so se io e Biagio ne saremmo usciti così integri, perché nei nostri compagni di lavoro abbiamo trovato grande conforto e sostegno in un momento cosi buio della nostra vita. Dobbiamo ringraziare molto quindi l’aver incontrato queste persone e questo lavoro sulla nostra strada.

Questa fortuna purtroppo non è però data a tutta la popolazione detenuta: in questo carcere, che viene definito uno dei migliori di questo paese, lavora circa il 15% della popolazione detenuta e un altro 15% è impegnato in vari corsi scolastici; mentre il restante, al pari delle altre galere sul territorio nazionale, passa il tempo a contare i giorni, gli anni e talvolta i lustri che mancano al fine pena e di conseguenza escono culturalmente più poveri di quando sono entrati.  Crediamo quindi, onorevole Ministro, che sia il caso, come peraltro lei ha cominciato a fare, di dedicare impegno e risorse verso questi posti e di avere il coraggio di introdurre nella nostra legislazione un codice penale che metta da parte logiche emergenziali spesso costruite su un singolo caso di cronaca e che vengono però addebitate a tutti noi.

Le pene quando si prolungano all’infinito non ci rendono migliori, “Fatti non foste a viver come bruti …”: questo chi l’ha scritto pensiamo si riferisse a tutti gli uomini!

 

La ringrazio per averci ascoltato e da parte di tutti noi le auguro una lunga permanenza al ministero della giustizia, poiché siamo certi che lei è la persona adatta a ricoprire una carica che si occupa di quel bene primario che è la liberà degli uomini, anche di quelli a cui nel percorso della vita è capitato di deviare.

 

Gianni e Biagio

 

 

Onorevole Ministro,

mi chiamo Davor, sono un cittadino croato e ho 47 anni. Sono stato condannato all’ergastolo e sono detenuto dal 2001.

Prima di essere arrestato ho lavorato per 10 anni in Italia con un regolare permesso di soggiorno, poi purtroppo ho commesso un gravissimo reato e sono finito in carcere.

Prima di giungere a Padova ho fatto quasi 5 anni in un altro istituto dove la parola “percorso” non esisteva e dove la possibilità di avere un lavoro era solo per pochi.

Dovendo espiare una carcerazione lunghissima era umiliante dover chiedere in continuazione i soldi ai miei famigliari per i miei fabbisogni, e ogni volta mi veniva il mal di pancia. Non potevo cambiare quella condizione e quindi decisi di chiedere il trasferimento in un altro carcere, così dopo pochi mesi sono arrivato a Padova.

Prima di venire in questo istituto avevo seri dubbi che in Italia esistesse un carcere adeguato alla mia condanna.

Qui, finalmente ho avuto la possibilità di avere un lavoro vero e fare un percorso che mi permette di guardare con un po’ di serenità il futuro.

Grazie alla Direzione, e alla Coop “Giotto” che da anni gestisce varie attività presso questo istituto, ho trovato lavoro prima in cucina poi in pasticceria, dove ho imparato tantissime cose di questo bellissimo mestiere. Oggi, dopo quasi 7 anni di questa esperienza, posso dire che ho fatto un percorso vero e spero che possano farlo tantissimi altri detenuti nelle varie carceri Italiane.

In questi ultimi anni ho visto molti detenuti che hanno iniziato a lavorare, persone che magari non avevano mai lavorato in vita loro, ma che piano piano hanno imparato un mestiere e sono cambiate.

Vorrei sottolineare l’importanza di un lavoro vero in carcere, dove si impara anche un mestiere e si mette il detenuto a confronto con il mercato del lavoro esterno.

Sappiamo che in questo periodo di crisi non è facile per nessuno, ma noi chiediamo che si possa dare una maggior attenzione ai problemi delle carceri che in questi ultimi anni si sono aggravati con il sovraffollamento, ed in concomitanza sono arrivati anche i tagli per la gestione ordinaria.

Anche in questo istituto, che è considerato “modello” si sente la mancanza di lavoro perché siamo quasi in 1000, per una struttura che era progettata per 350 detenuti, dove lavoriamo in circa 150.

Speriamo che l’attuale Governo approvi le misure di agevolazione per le aziende che con grande difficoltà e determinazione portano il lavoro in carcere.

L’ultima cosa ma non meno importante, riguarda l’ergastolo. Per questo Ministro le chiediamo un attenzione e un interesse particolare affinché, una volta per tutte, si possa dare un fine pena ad una condanna di fatto interminabile.

 

Grazie

Davor


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