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FINE VITA/ D'Agostino: Bellocchio riapre il dibattito, ora lo chiuda il Parlamento

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Sul tema del fine vita percepisco nel Partito Democratico profonde ambiguità che andrebbero sciolte. Questo perché spesso le posizioni su questo tema dei vari rappresentanti del partito sono o poco coerenti tra di loro oppure appaiono coerenti a partire da una mediocre informazione di tipo bioetico. Per questo è un bene che si attivi finalmente un dibattito parlamentare esplicito, perché l’opinione pubblica possa capire chi vuole qualcosa e come la vuole. Ad esempio, quello fatto sulla rinuncia all’accanimento terapeutico da parte del cardinal Martini, come fosse una scelta innovativa e coraggiosa, è un discorso senza alcun fondamento.

Come mai?

Già Pio XII condannava l’accanimento terapeutico, quindi il fatto che sia ritornato fuori questo tema come se fosse nuovo, lacerante e capace di creare problemi tra cattolici e laici è semplicemente grottesco.

Come giudica l’impostazione bioetica del disegno di legge che stiamo commentando?

Questa legge sicuramente ha un’impostazione bioetica personalistica, che non aderisce quindi a visioni libertarie in merito alla fine della vita umana le quali, anche se non arrivano all’eutanasia, ne costituiscono però la premessa. Le posizioni libertarie a cui faccio riferimento sono quelle che, in modo molto semplicistico, sostengono che l’autodeterminazione del malato deve essere la suprema legge per il medico curante.

Come giudica questa tesi?

E’ un’affermazione grossolana perché, se è vera quando il malato è un paziente giovane, adeguatamente informato e capace di valutare serenamente la propria situazione patologica, diventa invece insensata quando pensiamo a pazienti in tardissima età in stato di confusione mentale, incapaci di acquisire informazioni corrette e la cui volontà può essere facilmente capovolta di ora in ora, a seconda delle persone che si rapportano loro. Ecco perché uno studio leggermente più approfondito di bioetica dovrebbe indurci a capire che la categoria dell’autodeterminazione, fondamentale in altri contesti (come quello elettorale), quando viene trasportata nelle situazioni di fine vita diventa molto ambigua, proprio perché ordinariamente il morente non è in grado di autodeterminarsi. In conclusione, usare l’autodeterminazione come stella polare per un discorso sul fine vita denota o ignoranza bioetica, ipotesi che ritengo più plausibile, oppure rappresenta un modo subdolo per aprire il discorso sull’eutanasia.

 

(Claudio Perlini)  

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