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CEI/ La prolusione di Bagnasco in apertura dei lavori del Consiglio permanente. Il testo integrale

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Quando un distretto è in allarme per la minacciata chiusura di un’importante industria è il territorio a dover essere coinvolto. Sarà allora più ragionevole chiedere ad una comunità anche dei momentanei sacrifici collettivi attivandone ogni virtuosa energia. Certo, il clientelismo ha creato nel tempo situazioni oggi insostenibili, ma non è possibile destrutturare gli ambiti territoriali in nome della concentrazione. Nessuna comunità oggi può pretendere che siano gli altri a pagare i propri punti di orgoglio; ma tutto questo non può avvenire a scapito del lavoro, sostegno vitale dei singoli e delle famiglie, nonché di quel sudato patrimonio di professionalità industriale che ha raggiunto livelli di eccellenza mondiale, ed è guardato talora con avidità da altri Paesi. In questo campo è difficile credere ai “benefattori”! I giovani sono il nostro maggiore assillo, i giovani e il loro magro presente. Il precariato indica chiaramente una fragilità sociale, ma sta diventando una malattia dell’anima: la disoccupazione o inoccupazione sono gli approdi da una parte più aborriti, e dall’altra quelli a cui ci si adatta pigramente, con il rischio di non sperare, di non cercare, di non tentare più. La mancanza di un reddito affidabile rende impossibile pianificare il futuro con un margine di tranquillità, e realizzare pur gradualmente nel tempo il sogno di una vita autonoma e regolare. Sappiamo che questa condizione è il risultato di tante responsabilità e di decenni di una cultura finta, che ha seminato illusioni e esaltato l’apparenza; ma sia chiaro che la Chiesa è vicina a questi giovani, li sente più figli che mai, anche se alcuni di loro la deridono o non si fidano. Siamo con questi giovani perché è intollerabile lo sperpero antropologico di cui, loro malgrado, sono attori. Siamo vicini perché non si spenga la speranza e non venga meno il coraggio.

La gente non perdonerà la poca considerazione verso la famiglia così come la conosciamo. Specialmente in tempo di crisi seria e profonda, si finisce per parlare d’altro, per esempio si discute di unioni civili che sono sostanzialmente un’imposizione simbolica, tanto poco in genere vi si è fatto ricorso là dove il registro è stato approvato.

 

 

 

 


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