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CEI/ La prolusione di Bagnasco in apertura dei lavori del Consiglio permanente. Il testo integrale

Pubblicazione:lunedì 24 settembre 2012

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Si ha l’impressione, infatti, che non si tratti di dare risposta a problemi reali – ai quali da sempre si può rispondere attraverso il codice civile esistente – ma che si voglia affermare ad ogni costo un principio ideologico, creando dei nuovi istituti giuridici che vanno automaticamente ad indebolire la famiglia. Com’è noto, nell’opinione pubblica la questione viene rappresentata come contrapposizione tra una concezione laica del matrimonio e della famiglia e una concezione cattolica, con l’accusa che si vuole imporre allo Stato laico una visione confessionale. Ma non è così: si tratta invece della dialettica tra diverse visioni “laiche” dei diritti. Si parla, ad esempio, di “libertà di scelta” a proposito delle unioni di fatto; ma è paradossale voler regolare pubblicisticamente un rapporto quando gli interessati si sottraggono in genere allo schema istituzionale già a disposizione. In realtà, al di là delle parole, ci si vuol assicurare gli stessi diritti della famiglia fondata sul matrimonio, senza l’aggravio dei suoi doveri. Inoltre, si dice che certe discipline giuridiche non impongono niente a nessuno, ma solo permettono di avvalersi di una norma da parte di chi lo desidera. In verità, è la situazione complessiva a non essere più la stessa: infatti, a fronte di determinate leggi, si modifica il significato proprio dell’istituzione matrimoniale, il pensare sociale ne viene pesantemente segnato e, di conseguenza, l’educazione dei propri figli. Sarebbe ingenuo, o peggio, negare che diversi orizzonti normativi influenzano e modificano inevitabilmente il sentire comune e quindi il costume generale. Per questa ragione, il riconoscimento di determinate situazioni o pratiche, non è mai neutrale: pur se non obbliga alcuno, è fortemente condizionante tutti. Quando si vuole ridefinire la famiglia esclusivamente come una rete di amore – dove c’è amore c’è famiglia, si dice –, disancorata dal dato oggettivo della natura umana – un uomo e una donna  – e dalla universale esperienza di essa, la società deve chiedersi seriamente a che cosa porterebbe tale riduzione, a quali nuclei plurimi e compositi: non solo sul versante numerico, ma anche su quello affettivo ed educativo, strutturante cioè la persona. La società, come già si profila in altri Paesi, andrebbe al collasso. Perché non si vuole vedere? Non si vuole riconoscere le conseguenze nefaste di queste apparenti “avanguardie”?

 


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