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CEI/ La prolusione di Bagnasco in apertura dei lavori del Consiglio permanente. Il testo integrale

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Siamo in obbligo però di constatare che c’è carenza di quella visione capace di tenere insieme i diversi aspetti dei problemi e coglierne i nessi, abbarbicati come spesso si è alla propria visione di parte, quando non al proprio tornaconto personale. Bisogna che si reagisca con un ripensamento anzitutto spirituale e morale, il quale solo può abilitare ad un realismo crudo ma fiducioso, aperto al superamento non demagogico della situazione. Il nostro popolo tiene, resiste; naturalmente si interroga e patisce; ma non si arrende e vuol reagire. Sempre meno si lascia illudere dalle chiacchiere, ed esige la nuda verità delle  cose, pur senza lasciarsi imprigionare da prospettive solamente negative e deprimenti. È in questa cappa di sfiducia, infatti, il fattore più pernicioso e pervasivo. L’Italia, riversa nella contingenza, stenta a maturare una prospettiva adeguata, un respiro lungo. L’abbiamo già detto nella prolusione di gennaio, e ci permettiamo di ripeterlo: non ci stupisce di vedere sui banchi delle chiese persone ieri indifferenti e distratte, e oggi più pensose e concentrate. Ci sono segnali che certificano come vi sia, ad esempio, un popolo insospettabile e non residuale fedele alla preghiera del Rosario e alla Messa quotidiana, magari seguite alla televisione. La cittadinanza è più in avanti di quanto non si pensi. I colpi della vita inducono, infatti, ad essere meno superficiali, a diventare più riflessivi, a riscoprire i valori veri. Dobbiamo tenere conto che questo popolo c’è e non è rinunciatario o passivo, coincidendo in gran parte con la Nazione più responsabile seppur silenziosa, capace di sacrifici e di rinunce, ma non più ad occhi chiusi e con atteggiamenti fideistici. Auspichiamo che questa componente del Paese sia meno trascurata o resa pressoché invisibile, per essere invece più determinante. Solo un sano anticonformismo ci salva dalla stagnazione e può attrezzarci per cooperare al cambiamento.