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TRAGEDIA HIMALAYA/ Alberto e quella morte con la bellezza negli occhi

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Il Manaslu (foto: Wikipedia)  Il Manaslu (foto: Wikipedia)

Il Manaslu non è uno degli 8000 più alti, e neppure dei più famosi, eppure è una montagna dal grande fascino: visto da Pokara, città nepalese ai piedi della catena degli Annapurna, o dall’aereo che si avvicina all’aeroporto di Kathmandu, è un’enorme cresta che sovrasta tutto quanto gli sta intorno. Visto dai tratturi che salgono verso il Damodar Himal, dalla parte del confine con la Cina, e che portano al campo base è invece caratterizzato da due splendide piramidi che si proiettano verso l’alto; è forse per questo che il suo nome locale è Kutang, Montagna dello Spirito, salita per la prima volta da una spedizione giapponese nel 1956 e, come prima salita italiana, nel ’72 da Reinhold Messner. Da allora gli alpinisti che lo hanno scalato non sono stati moltissimi, almeno rispetto ad altre cime più famose come l’Everest, proprio per le problematiche date dall’isolamento e dai problemi tecnici della salita. 

La tragedia che ha colpito le spedizioni che lo stavano tentando in questo periodo post monsonico non è certo la prima di questo tipo né in Himalaya né su questa montagna: nel 1972 una valanga colpì il campo intermedio di una spedizione coreana provocando 15 morti.

La notizia dell’incidente di ieri è subito rimbalzata in Italia per la presenza sulla montagna di cinque alpinisti italiani tutti esperti di alte quote: tra i tredici morti fino ad ora accertati vi è anche Alberto Magliano di 66 anni, un alpinista che, sebbene non sia tra i più citati, é il secondo italiano dopo Messner ad aver scalato le cime più alte di ognuno dei sette continenti, le cosìddette “seven summits”.

L’incidente è avvenuto alle 4.30 del mattino al campo 3, a settemila metri di quota, mentre gli alpinisti dormivano: un grande seracco si è staccato nella zona sotto la cima e, cadendo, ha provocato il distacco di una notevole massa di neve che, trasformatasi in valanga, ha travolto le tende del campo: l’area scelta per il campo 3 era stata individuata da molti anni come punto di sosta ottimale perché al riparo da possibili frane. Anche se non si hanno ancora notizie precise sull’accaduto, né probabilmente se ne avranno vista l’assenza di testimoni oculari, per comprendere cosa possa essere accaduto bisogna aver visto almeno una volta un seracco himalayano e sapere cosa possa comportare il suo distacco dal ghiacciaio a cui è legato. 

Bisogna immaginare una massa di ghiaccio che potrebbe  avere le dimensioni di un condominio di cinque o sei piani (ma a volte di più) che improvvisamente si stacca cadendo sul pendio sottostante, provocando così un’onda d’urto in grado di spostare grandi masse di neve anche di qualche centinaio di metri. Un evento come questo può portare al coinvolgimento nella caduta anche di aree ritenute sufficientemente sicure.



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