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Cronaca

ILVA DI TARANTO/ La prof e la casalinga: cosa c'entra con noi?

Una lettera che aiuta a giudicare la situazione nel suo insieme, tenendo conto sia di chi all'Ilva ci lavora sia della salute degli abitanti del posto. Di FLAVIANA CIOCIA e PAOLA LOFFREDO

(Infophoto)(Infophoto)

In questi giorni è tornata prepotentemente all’attenzione di tutti la questione dell’Ilva… peccato: pensavamo, dopo quei giorni roventi di luglio e agosto, di poter nuovamente assopirci relegandone agli addetti ai lavori la soluzione "equilibrata". Invece, i fatti di questi ultimi giorni ci hanno costretto, nostro malgrado, a risvegliarci dal torpore.

Quest’estate un nostro amico, in vacanza in montagna con alcune persone della nostra città, ha detto che il "bubbone" Ilva scoppiato oggi era secondo lui l’esito di decenni di mancanza di fede. Ci sembra, per quanto l’affermazione possa sembrare eccessiva, che sia proprio così: chi, negli anni passati, ha difeso il lavoro, non ha pensato all’ambiente e alla salute; e chi, oggi, sta accanitamente difendendo ambiente e salute, non sembra preoccuparsi troppo del lavoro. Ma cosa c’entra la fede con questo discorso? Semplice: a ben guardare, ci è sempre sembrato normale e scontato che un nostro interesse - "legittimo" - dovesse escludere, per affermarsi, interessi "legittimi" altrui. Ovvero, abbiamo sempre fatto finta di ignorare che i vari interessi potevano, anzi, dovevano convivere.

Ad esempio, se io, come è ovvio, per i miei figli desidero tutto il bene possibile, perché non devo riconoscere lo stesso diritto al mio vicino che, per mantenere la famiglia, lavora all’Ilva? Il bene è solo la mia salute, o anche il tuo lavoro? Dio, quando ha creato me, ha creato anche te! E il mondo, per me, non è bello solo perché esistono i miei figli, ma anche perché esisti tu e la tua famiglia. Qualcuno può negare questo? Ma perché ce ne siamo scordati? E perché continuiamo a parlare e ad agire scordandoci, sempre più colpevolmente e con conseguenze sempre più gravi, di questo? Perché preliminari segnali di volontà di collaborazione da parte dell’Ilva stentano a trovare accoglienza e reciprocità in sede di decisioni ultime? Nella prospettiva vera di un bene comune si poteva, anzi si doveva, partire da quei 400 milioni di euro per iniziare a muovere insieme i primi passi di un cammino conveniente e proficuo per tutti, di cui tutti sentiamo la necessità.

La questione, evidentemente, è che questa necessità non è ancora realmente sentita, non è ancora fino in fondo parte di noi: abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti a scrollarci di dosso la crosta di indifferenza e meschinità che ci avvolge, e che ci impedisce di tener conto e apprezzare tutti gli aspetti della realtà (salute, ambiente e lavoro in questo caso) senza escluderne alcuno.

Del resto, un invito autorevole in questa direzione è rivolto, su Il Messaggero di ieri, anche dal docente di Storia dell’industria dell’Università di Bari Federico Pirro, quando afferma a chiare lettere che un compromesso va necessariamente trovato. Il professor Pirro sottolinea anche che, stando ad una recente sentenza del Tribunale del riesame, la stessa gestione del sequestro degli impianti deve tener conto sia degli interessi dell’ambiente e della salute, sia della capacità produttiva dell’azienda e quindi dell’occupazione.


COMMENTI
29/09/2012 - E' UNA QUESTIONE DI FEDE MA ANCHE DI RAGIONE (luigi ricciardi)

Sono completamente d'accordo con i contenuti e con l'impostazione di metodo dell'articolo di Ciocia e Loffredo. Ma se la questione ILVA (lavoro - ambiente - salute) è una questione di fede, una proposta bisogna pur farla. E allora "purifichiamo la memoria": non solo la società civile, ma anche molta politica, molta cultura, molta Chiesa sono stati per anni indifferenti al problema e, in qualche caso, ci hanno anche "campato" sopra. Che cosa bisognava fare che non è stato fatto e che adesso - umilmente - bisogna urgentemente incominciare a fare? Occorre UNA EDUCAZIONE AL LAVORO E ALL'AMBIENTE che parte dalla "concezione che Gesù ha della vita". Occorre una ragionevolezza nel perseguire il proprio fine e nel realizzare il proprio compito che solo una educazione alla fede e alla ragione può dare. Per dire: un industriale, educato alla dottrina sociale della Chiesa sul lavoro, non cerca il profitto inquinando. Ma chi ha pensato finora a EDUCARE ogni giorno a questa coscienza i futuri imprenditori? E' più facile fare "decaloghi". Dove sono gli imprenditori cristiani di Taranto? Dove sono i medici cristiani di Taranto? Dove sono i magistrati cristiani di Taranto? Dove sono gli educatori e gli insegnanti cristiani di Taranto? E' il momento di venire fuori adesso: non con appelli astratti, non con interventi mediatici strumentali, ma con la seria presa di coscienza che senza la fede non c'è speranza nè per chi muore, nè per chi guarisce, nè per chi vuol lavorare.