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SUICIDIO A GENOVA/ Cosa c'è nell'abisso di una madre che si uccide con suo figlio?

Ieri a Genova una donna peruviana ha ucciso il figlio, gettandolo dalla finestra, e poi lo ha seguito. Era dall’avvocato per la pratica del divorzio. MADDALENA BERTOLINI

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Caro direttore, ammazzare qualcuno per odio o per vendetta, è esecrabile certo, ma comprensibile; farlo per errore o per bisogno, forse un po’ di più; per difesa, poi, può essere persino giustificabile. Ma ammazzare per amore… e se a farlo è una madre … è così umano, direi. Esclusivamente, terribilmente, essenzialmente umano.

Degli amanti che si immolano sull’altare del loro ideale, ne sappiamo fin da quelli di Shakespeare, di Verona. In fondo è una decisione loro, forse una dimostrazione, certo terribile, sopratutto per le rispettive famiglie.

Ma delle madri che ammazzano il frutto del loro grembo: il mito di Medea insegna, guai sopravvivere, si aprono processi interminabili (quello di Cogne, ad esempio) che spalancano innumerevoli parentesi, abissi spaventosi sull’immensità dell’amore umano che spacca il petto e trabocca oltre il cervello, oltre ogni comprensione limitata. Una madre che uccide il figlio è sempre il segno di un infinito che deborda. 

È notizia di ieri, di quella donna a Genova che aspetta l’avvocato, in attesa di divorzio; una mezz’oretta e poi: appoggia il biberon sul tavolino di cristallo; toglie il grembiulino a quadretti azzurri al bimbo che viene dall’asilo; toglie dalla borsa una Bibbia nera, legge ad alta voce alcuni brani; poi la posa e dritta verso la finestra aperta lancia i quattro anni che si chiamano Alessandro nel cortiletto rosso sottostante. E poi si aggiunge al volo.

Come fossero una cordata di alpinisti pazzi, il primo avanti qualche metro, il secondo che sgancia la sicura e poi trascina giù il compagno: legati gli amici da una corda artificiale, la madre e il figlio dal cordone ombelicale.

Questo mi sconcerta così tanto, come una donna possa aggrapparsi al dono che arriva con una nuova vita, se ne tenga stretta; se un bambino si prende per mano per insegnargli a camminare, se si tiene in braccio per salvarlo, per farlo sbirciare dentro un oltre che non vede, poi bisogna posarlo a terra, lasciarlo andare. Invece succede che quell’essere fragile e indifeso diventi la difesa della madre, l’unica stampella, l’unico motivo di felicità, l’ultima speranza. La sua stessa esistenza.

Suicidarsi è portare il figlio con sé: io che sono lui, lui che è ancora me. 

Quando della mamma non resta niente, quando solo il figlio rappresenta il senso intero della sua vita, è allarme rosso (“se me lo tolgono, muoio”).