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Cronaca

STATO-MAFIA/ La lezione di Dalla Chiesa a chi attacca Napolitano

Giorgio Napolitano (InfoPhoto)Giorgio Napolitano (InfoPhoto)

Anche il procuratore nazionale Antimafia, Piero Grasso, ha posto alcuni interrogativi inquietanti: “La causale del delitto non è ascrivibile direttamente alla mafia. Ma si può affermare che tutta la verità è stata accertata, che tutte le responsabilità sono state scoperte? Vi sono state tante domande rimaste senza risposta giudiziaria per cui si deve sempre tendere a svelare, anche dopo trenta anni, le trame e i misteri nascosti”.

L'accusa più esplicita che viene avanzata sulla morte è quella di uno Stato che ha lasciato solo il generale, quasi mandandolo allo sbaraglio. La risposta a questa accusa è venuta direttamente dall'ex ministro dell'Interno, Virginio Rognoni, con un articolo scritto sul Corriere della Sera: “Si parlò e ancora si parla di solitudine di Dalla Chiesa, addebitandola allo Stato che lo avrebbe lasciato solo. Non è così. Il Governo, il presidente del Consiglio, l'amministrazione dell'Interno, lo hanno sempre sostenuto”. Di fronte a posizioni differenti è un bene, a nostro avviso, discutere e ricercare con grande scrupolo. Ma sarebbe un bene anche non fare di tutta un'erba un fascio, magari collegando l'uccisione di Dalla Chiesa alle attuali polemiche sui presunti rapporti e trattative tra “pezzi dello Stato e mafia”. Nella ricerca della verità ci si può e ci si deve anche scontrare, duramente, con argomentazioni diverse, ma l'effetto peggiore è quello del “polverone” che strumentalizza tutto  per interessi di bottega.

Non è certo questo il caso di Nando Dalla Chiesa e neppure del procuratore nazionale Antimafia. Ma che in questo trentesimo anniversario della morte si colga una volontà più di divisione che di autentico e partecipe ricordo non è solo un'impressione. Si coglie la voglia di imporre “una verità”, di presentare una “tesi” con grande schematismo. Sarebbe il modo peggiore di onorare la memoria di un grande servitore dello Stato come il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che, dopo la tragedia del “caso Moro”, ebbe la forza di dimostrare che l'Italia non era un Paese che si arrendeva alla deriva del terrorismo e della destabilizzazione.

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