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Cronaca

IL CASO/ Quel filo invisibile che "lega" Juncker, il salario minimo e l'ex Urss

Jean Claude Juncker, presidente dell'Eurogruppo (InfoPhoto)Jean Claude Juncker, presidente dell'Eurogruppo (InfoPhoto)

Sì, l’avverto e ne sono ovviamente preoccupato. Mi rendo conto che c’è una fuga verso le ideologie di fronte al “macello di tutte le certezze” che avevamo. Ripeto: è una sorta di difesa psicologica, ma è un fatto pericoloso. Spesso noi facciamo dei paragoni tra questa crisi economica e quella del 1929. È un paragone calzante. Ma c’è anche un altro paragone che si potrebbe fare, quello con il primo dopoguerra, dopo il 1918. Enzo Bettiza descrive bene quel momento: “Dopo la grande guerra, dal macello delle certezze uscì un personaggio come Hitler”. Sono solamente pensieri. Anche i paragoni vanno contestualizzati. Certamente questa grande crisi spinge verso un ritorno alle ideologie.

Vorrei spostare il discorso su un altro aspetto dell’ideologia. Siamo entrambi grandi amici di Vladimir Bukovskij. Lo abbiamo conosciuto e ascoltato in questi anni, abbiamo letto i suoi libri. È un conforto saperlo nella quiete di Cambridge rispetto a quando, a 19 anni appena, veniva arrestato a Mosca e trascinato nel palazzo della Lubjanka. Un grande lottatore, un eroe del dissenso, che però non risparmia critiche durissime alla burocrazia ideologica della stessa Unione Europea.

Un grande uomo che viene spesso tacitato, non preso in considerazione. Io ricordo quando diventò presidente dei “Comitati delle libertà” e paragonò l’Unione Europea all’Unione Sovietica. Questo lo diceva a me, a lei, a tutti quelli con cui parlava ancora negli anni 90. Poi, nel duemila, arrivò a teorizzare quello che è il titolo del suo libro del 2007, scritto con Pavel Stroilov: “Eurss. Unione europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche”. Un pesantissimo schiaffo all’Unione Europea. Direi di più: una pesante condanna.

Bukovskij parlava sempre della burocrazia europea, di una burocrazia soffocante, di uno Stato o un super-Stato che invadeva la vita degli uomini e che comprimeva, spesso cancellava la sovranità nazionale.

Su questo punto Bukovskij non ha tutti i torti. Guardiamo all’ultimo giudizio della Commissione europea sulla tassa dell’Imu, tanto impopolare in Italia. Indipendentemente dal giudizio, perché la Commissione europea deve dare questo giudizio? È chiaramente un attacco alla sovranità dell’Italia. È incredibile che l’unico che abbia sollevato tale questione di sovranità sia stato un grande economista italiano come Francesco Forte. Ma a parte questo ultimo episodio, il ragionamento su Eurss di Bukovskij parte da ricerche storiche su documenti trovati negli archivi di Mosca.

Vladimir Bukovskij è ritornato spesso in questi anni nel suo Paese per andare a leggere le carte degli aguzzini che lo torturavano. Ne ha scoperte di nuove?

Lui ha trovato del materiale che lo ha impressionato. Si è imbattuto in un documento, in un verbale che riportava una riunione del Politburo del 1987, alla vigilia praticamente della caduta dell’impero sovietico. La riunione si svolgeva sotto Gorbacev. In quel resoconto c’erano alcuni punti che Gorbacev spiegava con chiarezza, ma anche con brutalità ai suoi compagni del Politburo. Il primo punto era questo: “Non facciamoci più illusioni. Siamo ormai alla fine e il modello sovietico sta crollando”. Il secondo punto seguiva in questo modo: “Noi dobbiamo esportare il modello sovietico all’estero. Noi possiamo sopravvivere attraverso i canali dell’Unione Europea con l’aiuto dei nostri amici della sinistra socialista occidentale”. Dopo questa riunione del Politburo, ci fu un lungo via-vai a Mosca di leader comunisti dei Paesi europei che andarono a incontrare Gorbacev. Per gli italiani ci andò Alessandro Natta.

Bukovskij rimase impressionato da questo documento, perché?