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SPRECHI ALIMENTARI/ Garrone: chi butta via più cibo sono i Paesi del Terzo Mondo

Pubblicazione:venerdì 11 gennaio 2013 - Ultimo aggiornamento:venerdì 11 gennaio 2013, 11.54

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Dalla nostra indagine è emerso che le famiglie italiane, in misura non piccola, si danno comunque da fare per ridurre gli sprechi. Per esempio emerge che il 36% delle famiglie fa la spesa attentamente e una percentuale molto significativa consuma regolarmente gli avanzi. Sicuramente nell’educazione alimentare delle famiglie si potrebbe fare di più, e le nostre stime relative al 2011 potrebbero essere rifatte oggi a due anni di distanza, con la crisi che si è aggravata. Una parte dello spreco risulta per esempio da abitudini di spesa, per cui si acquistano dei prodotti che poi vanno a male. A noi comunque non risultava che, già prima dell’ultima crisi, in maniera generalizzata le famiglie italiane fossero delle sprecone.

 

Che cosa si può fare per ridurre comunque questi sprechi?

 

Non tutto il sovrappiù alimentare si può recuperare, e quindi in certi casi è più facile che divenga spreco. Ci sono dei settori, come una parte dell’industria agroalimentare, che ha già un livello significativo di recupero, e quindi di donazione ai bisognosi. Qui c’è una buona recuperabilità, cioè c’è meno impegno richiesto per recuperare quanto non è venduto dalle imprese manifatturiere e recuperarlo. Si tratta di un compito più semplice per quegli alimenti che sono prodotti a temperatura ambiente, come la pasta. Mentre il discorso è abbastanza diverso per i punti vendita dei supermercati, dove spesso la data di scadenza è molto vicina e si riesce a recuperare di meno. Allo stesso modo, una parte dello spreco che avviene in agricoltura o nei piccoli ristoranti non è di immediato recupero.

 

In quali settori si può intervenire per recuperare le derrate alimentari?

 

Nei segmenti di mercato con una buona recuperabilità, come la produzione a temperatura ambiente del manifatturiero agroalimentare, o i grandi centri di magazzini interni alla grande distribuzione, ci sono già delle buone pratiche. Il 50% di ciò che avanza è già recuperato e si tratta soltanto di diffondere queste buone pratiche. Ci sono invece segmenti più intermedi, come l’ortofrutta e i produttori di cibo surgelato o refrigerato, i punti vendita della grande distribuzione e i ristoranti, dove è recuperato ancora troppo poco. Occorre quindi dare spazio ai soggetti come il Banco alimentare, che favoriscono questo recupero.

 

(Pietro Vernizzi)



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