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IL CASO/ Bill Clinton padre dell'anno, e gli altri?

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Bill Clinton padre dell’anno. No, non nonno, perché Chelsea, novella sposa, non ha ancora provveduto a donargli un nipotino. Padre, premiato dal National Father’s Day Council per le sue attività filantropiche, per la sua autorevolezza e generosità nel perseguirle, dedicandosi alla protezione dei più deboli, a iniziative per promuovere la salute, per non dire del suo impegno come inviato speciale tra le popolazioni di Haiti terremotate.

Fin dal 1956 l’istituzione, applauditissima negli States, sceglie tra più candidati, certificati e selezionati da una giuria estesa, e nomina un testimonial, un modello annuale, per il riconoscimento e la celebrazione dell’importante ruolo della figura paterna nella vita familiare e sociale. Del resto, è dall’inizio del 900 che esiste la festa del papà, e non solo come da noi per vendere i cioccolatini o comprare cravatte coi cuoricini. Gli americani le cose le fanno per bene, le feste sono sacre, uniscono la nazione, che sia intorno a un tacchino o al babbo, e a nessuno venga in mente di dissacrare pensando a Homer dei Simpson. C’è una festa della mamma? Qui da noi va per la maggiore, gli italiani sono mammoni per natura. Gli austeri pronipoti dei padri fondatori appunto si inchinano ai papà, memori delle figure bibliche che ne hanno ispirato la tenacia e il rigore. Come padri e profeti celebrano i loro presidenti, e se ha accolto le rivendicazioni più audaci del femminismo l’America resta patriarcale, da quella più profonda a quella più trendy newyorkese che si fa prendere per mano dai suoi sindaci, cui non lesina statue e targhe ad honorem.

Ora, sarebbe facile fare dell’ironia su Bill Clinton, ricordando i suoi trascorsi familiari esplosi ed ugualmente implosi con troppa violenza e rapidità. Immagine dello sfascio familiare, del tradimento di ogni valore, di ogni santo vincolo, causa dell’algido dolore di una donna caparbia e disposta al sacrificio, premiata alla distanza dai riconoscimenti più alti e dalla stima unanime del paese; immagine però anche sorridente e leggera, dotata di quella sprezzatura alla Woody Allen che stempera le tragedie e il moralismo radicato in ogni old american boy. Suonava il clarinetto, Bill. Era un uomo leggero, okkèi, ma ha chiesto scusa. Era un farfallone, ma chi non ha colpe? Era un potente, ha saputo umiliarsi, e restare al suo posto, anche in tempi recenti, a sostegno di quell’Obama che ha temuto la potenza del suo cognome, finché non ne ha fatto il secondo nome di una ditta vincente, la Obama-Clinton. Dio salvi la Signora, sinceramente, che è la chance in tasca ai democratici per le prossime elezioni.


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COMMENTI
12/01/2013 - Clinton padre dell'anno? Boh! (Giuseppe Crippa)

Questo inatteso elogio di Bill Clinton contiene però un’inesattezza: lui suonava il sax, non il clarinetto. Ed anche un lapsus freudiano dell’autrice: “Se non l’avessimo scelto…” che rivela la sua totale condivisione della scelta americana nonostante la chiusa populista.