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Cronaca

J'ACCUSE/ C'è un "patto" tra ambientalisti e lupi contro la montagna

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Diversamente infatti da quanto pretende quel vecchio ambientalismo anti-umanista di matrice maltusiana di cui si diceva – in Italia troppo spesso oggetto di un ascolto reverenziale che non merita − le ragioni dell’uomo e quelle dell’ambiente non sono per natura schierate le une contro le altre. Essendo nell’ambiente l’unica presenza consapevole, l’uomo è perciò chiamato ad esserne responsabile. È vero che non sempre è stato ed è all’altezza di tale sua esclusiva responsabilità. Il rimedio a queste sue inadempienze non è tuttavia una sua ulteriore abdicazione, peraltro nei fatti impossibile; insomma una ritirata verso un ruolo passivo che non gli appartiene. Al contrario non può che consistere in un suo sempre maggior impegno a essere presente nella natura con tutte le positive risorse morali, culturali, scientifiche e tecniche di cui dispone in ogni momento dato.  

Fatto molto significativo, almeno sulle Alpi, contro la tendenza di cui si diceva, da qualche anno a questa parte si sta mobilitando una nuova generazione di gente di montagna che non chiede più assistenzialismo bensì muove dal presupposto che le terre alte siano “una risorsa da riscoprire scommettendo sulla capacità di autogoverno di chi vi abita e vi lavora”.

Un frutto molto interessante di questa mobilitazione è il documento programmatico dal titolo “Cinque punti per la riscoperta delle terre alte come risorsa per se stesse e per tutto il Paese”che venne siglato il 16 giugno scorso a Sondrio al termine di un seminario di lavoro promosso dalla rivista Quaderni Valtellinesi, dal blog Ruralpini e dall’associazione Incontri Tramontani. Ecco i cinque punti nella loro versione integrale:

1. In Italia il 72 per cento del territorio è montagna o collina. Le terre alte sono dunque la regola, non l’eccezione. Pertanto riscoprirle come risorsa è conditio sine qua non per la ripresa generale dell’economia e della società del nostro Paese.

2. Per rinascere le terre alte hanno bisogno non di assistenza bensì di ricuperare il diritto alla gestione autonoma delle proprie risorse. 

3.Le prime risorse sono l’identità culturale come patrimonio che ogni generazione deve riconquistare e aggiornare; sono la lingua, la memoria storica; sono l’eredità di esperienze e di valori ricevuti che ogni generazione deve conoscere per poter verificare e accogliere. Pertanto le terre alte hanno più che mai bisogno di autonomia scolastica e di libertà di insegnamento e di educazione.

4. Le terre alte hanno grandi risorse: dall’acqua e quindi alla produzione di energia pulita, al legno, al verde fertile, al paesaggio, alla possibilità di produrre alimenti di alto valore, alla qualità della vita come risorsa innanzitutto per chi vi risiede ma poi anche come servizio ai turisti. Per valorizzarle devono ricuperare la responsabilità e quindi il controllo di tali risorse, che è stato loro progressivamente sottratto.

5 .Per tutto questo le terre alte non hanno bisogno di una legislazione speciale, ovvero di eccezione rispetto a una legislazione “normale” che sarebbe quella ispirata alle “normali” esigenze della pianura e delle aree metropolitane. Hanno piuttosto diritto a una legislazione specifica in ogni campo: da quello delle istituzioni a quello dell’economia e dei servizi. Questo implica in primo luogo una verifica minuta della normativa volta a rilevare tutte quelle prescrizioni tanto legislative quanto amministrative che si risolvono in svantaggi ingiustificati per chi vive e lavora nelle terre alte.