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J'ACCUSE/ C'è un "patto" tra ambientalisti e lupi contro la montagna

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Forse ancora un volta è vero che non tutto il male viene per nuocere. Da un paio d’anni a questa parte si sta verificando un fenomeno che potrebbe far riscoprire la montagna non più come semplice parco giochi e luogo dei sogni degli abitanti delle aree metropolitane bensì come una delle risorse primarie del Paese. Si tratta del preoccupante diffondersi degli orsi e dei lupi al di fuori dei parchi nazionali e dalle altre riserve in cui finora vivevano.

Dalla crisi economica in atto viene la necessità di una più attenta valorizzazione di tutte le risorse disponibili: una necessità che s’intreccia con l’urgenza di un uso più equilibrato e perciò anche più efficace e fertile di tutto il territorio. In tale orizzonte si pone tra l’altro in Italia l’urgenza di una riscoperta della montagna e della collina come luogo di residenza permanente. 

In un Paese come il nostro, montano e collinare per il 72 per cento della sua superficie, la concentrazione nelle pianure e sui litorali della massima parte della popolazione e delle attività economiche è ormai chiaramente insostenibile: la nostra orografia, la nostra economia nel senso più ampio del termine e la nostra dimensione demografica non ce lo consentono. Nel caso ad esempio della Lombardia il 40,5 del territorio è montano, ma in montagna abita e lavora meno del 10 per cento degli abitanti della regione. Si tratta come si vede di uno squilibrio enorme. Non era così nell’epoca pre-industriale, quando il predominare dell’attività agraria favoriva di per sé un insediamento equilibratamente diffuso su tutto il territorio. Divenne inevitabile nell’epoca industriale con i suoi grandi stabilimenti concentrati attorno alle città maggiori, ai grandi nodi ferroviari e ai porti. Non è più sostenibile nell’epoca post-industriale in cui viviamo con la sua crescente necessità di temperare i consumi non necessari e di fare un uso ragionevole sia dell’energia che del territorio. 

Grazie all’economia e alle tecniche dell’epoca post-industriale cominciare a porre rimedio a tale situazione oggi è possibile. Paradossalmente essa rischia invece di incancrenirsi a causa della tendenza - alimentata da un certo paleo-ambientalismo di matrice maltusiana - a favorire se non addirittura a stimolare il rinselvatichimento delle terre alte. In modo sia diretto che indiretto, ossia tramite l’applicazione indiscriminata di modelli legislativi e amministrativi che in montagna hanno un effetto perverso, si spinge all’abbandono dei pascoli e dell’agricoltura di montagna, alla penalizzazione in genere dell’economia delle terre alte fino alla loro restituzione alla selva, agli orsi e ai lupi, e non per modo di dire. A lungo termine la conseguenza di questa politica sarà l’abbandono di fatto delle convalli e delle maggiori quote (salvo isole di turismo sciistico di sempre più onerosa gestione) con tutti i contraccolpi negativi che tanto sul piano socio-economico quanto su quello ambientale la desertificazione di territori antropizzati ab antiquo porta con sé. Di pari passo i principali fondovalle si trasformeranno, come d’altronde spesso sta già accadendo (si vedano ad esempio la bassa Val di Susa e la bassa Valtellina), in congestionate e fragili periferie remote delle aree metropolitane. 


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