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NAPOLITANO INTERCETTATO/ Una sentenza che fa "piangere" i pm

Pubblicazione:mercoledì 16 gennaio 2013

Giorgio Napolitano (InfoPhoto) Giorgio Napolitano (InfoPhoto)

Nell’appena pubblicata sentenza sul conflitto di attribuzione tra capo dello Stato e procura di Palermo (n. 1 del 2013) sono stati tracciate alcune importanti linee-guida per il nostro ordinamento costituzionale.  

Innanzi tutto, la Corte costituzionale, per la prima volta nella sua giurisprudenza, ha ricostruito in  modo davvero esaustivo il ruolo del presidente della Repubblica. 

Una lettura non scolastica, né manualistica, ma collocata e concretizzata nella Costituzione vivente. Il presidente che ne scaturisce è un potere pienamente coinvolto nelle dinamiche dei poteri e degli organi costituzionali: un potere tra i poteri. Certo, come correttamente riconosce la Corte, egli è privo di poteri di indirizzo politico, nel senso che le sue attribuzioni non implicano il potere di adottare decisioni sul merito delle scelte politiche. Il nostro è un regime parlamentare, in cui la figura presidenziale, per quanto rafforzatasi soprattutto nell’esperienza di quest’ultimo settennato, non può né deve essere assimilata al presidenzialismo, neppure, come si usa dire, “di fatto”. Ciò sarebbe una palese violazione della Costituzione. Il capo dello Stato, infatti, è un potere che deve essere rivolto a rappresentare l’unità nazionale (art. 87 Cost.). 

Per esercitare questa funzione di garante dell’equilibrio costituzionale e di “magistrato di influenza” (formula utilizzata anche nell’Assemblea costituente), la Corte costituzionale richiama un dato incontrovertibile: i poteri formali del presidente devono necessariamente affiancarsi ad attività informali che sono “pertanto inestricabilmente connesse a quelle formali”. E ciò vale ancor di più quando si tratti di attività rivolte al raccordo tra i vari poteri dello Stato. Attività che richiedono un’intensa – e, in molti casi, anche riservata – attività di comunicazione del presidente. 

Questo è un aspetto importante che smentisce una diffusa convinzione, cioè che il cd. potere di esternazione presidenziale sia un potere a sé stante, distinto dalle competenze espressamente conferite dalla Costituzione al capo dello Stato, e senza un qualche fondamento costituzionale. Invece, come si riconosce in questa sentenza, tutti i poteri presidenziali vivono e si esprimono sia in atti formali che in attività di comunicazione variamente formulate ed espresse, talora anche o necessariamente in modo riservato. La garanzia di tale riservatezza, che quindi è intrinsecamente necessaria per il corretto e pieno svolgimento delle funzioni presidenziali, deve condurre inevitabilmente a interpretare le norme di legge in modo coerente con la Costituzione. 


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