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Cronaca

STATO−MAFIA/ Giovagnoli: il dossier anonimo? Tutti i dubbi su una indagine che non "funziona"

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Qui nasce l’ennesima particolarità: i giudici si sono difesi da questa critica dicendo che la prova si costruisce nel processo e che quindi i documenti dell’epoca non sono rilevanti, o comunque meno delle testimonianze. Questo va evidentemente contro ogni buon senso, visto che è chiaro che qualunque testimone è soggetto ai limiti della propria memoria, mentre i documenti, fino a prova contraria, sono certamente più attendibili. Insomma, tutte queste ragioni che ho elencato, a mio giudizio molto forti, confermano gli evidenti dubbi che aleggiano intorno a questa vicenda giudiziaria.

Una domanda riguardo la configurazione del reato: come si può non vedere un reato nello scendere a patti con la mafia?

Utilizzando diversi esempi, dopo il rapimento del giudice Giovanni D’Urso (rapito dalle Br il 12 dicembre 1980 e liberato dopo 34 giorni di prigionia, ndr), si entrò in dialogo con una parte dei terroristi. Questo accade molto più di quanto noi immaginiamo, per esempio tutte le volte che volontari, giornalisti e cooperanti vengono rapiti in diverse parti del mondo. Ecco, in tutti questi casi lo Stato entra in qualche modo in contatto con dei terroristi e, probabilmente, paga diversi riscatti per salvare delle vite umane. Certo, possiamo anche discutere su tali scelte, ma credo sia un dovere dello Stato proteggere la vita dei propri cittadini e guai se non lo facesse. Poi, come ho detto, è nell’ambito delle responsabilità di chi ha il potere decidere se compiere questi atti o meno.

 

(Claudio Perlini)        

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