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DELITTO DI COGNE/ Anna Maria Franzoni, rischiare l'impopolarità per tentare di essere giusti

Anna Maria Franzoni (Infophoto) Anna Maria Franzoni (Infophoto)

Non poteva essere che lei, si detto. Si è psicanalizzato il personaggio, parlando di scissione della personalità, per non voler credere all’abisso della pazzia, anche se momentanea, all’agguato del male, il più atroce. Sono passati troppi anni, sette, prima di una sentenza definitiva, quando Anna Maria, di nuovo madre, aveva ripreso la sua vita casalinga, questa volta vicino ai suoi parenti più stretti, quella famiglia patriarcale così chiusa e omertosa, serrata a difesa del buon nome, o forse di una speranza ancora per quella figlia perduta.

In carcere dal 2008, dopo cinque anni di silenzio Anna Maria torna a varcare le sue mura, come emersa da un buco nero. Cinque anni in cui non abbiamo più sentito parlare di lei, dopo l’accanirsi giorno dopo giorno di inchieste giornalistiche e giudiziarie, dopo i pettegolezzi, le illazioni. Anna Maria lavora, ha ottenuto il permesso di uscire dalla Dozza bolognese per lavorare in una sartoria, in una cooperativa che cerca e trova impiego per i detenuti.

Troppo presto, diranno alcuni. Benefici dimentichi di quel piccolo angelo massacrato orribilmente. Eppure, se ha ottenuto questa attenuazione della pena, è perché Anna Maria è stata in questi anni una detenuta irreprensibile. Ben disposta con le compagne, coi superiori, capace anche da lontano di seguire i suoi figli, operosa già da reclusa e desiderosa di prestare opera a tempo pieno. Una brava sarta, attenta e veloce, orgogliosa dei suoi capi, delle sue borse. Pronta sempre a confessare la sua innocenza.

Che mistero l’uomo. Ma la pietà non è solo per i giusti. Se non ci muove l’ammonimento cristiano, basta tornare a quel saggio unico al mondo firmato Cesare Beccaria, un punto a favore del genio e dell’umanità italiane, del migliore spirito illuminista. Le pene devono essere riabilitative, non punitive, per tutti. Figurarsi una madre che, negli sprazzi di lucida coscienza, dovrà per sempre fare i conti con quel vuoto di senno e di amore, rivedere in ogni angolo il fantasma del suo bambino, ascoltarne in eterno il pianto. La legge giudica, e talvolta si capisce che non è soltanto un tritacarne, soggetta alla vergogna della burocrazia e dell’ideologia, ma è applicata da uomini e donne che osano rischiare l’impopolarità, per tentare di essere giusti.

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