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DELITTO DI COGNE/ Anna Maria Franzoni, rischiare l'impopolarità per tentare di essere giusti

Anna Maria Franzoni ha ottenuto il permesso di uscire dal carcere per lavorare in una sartoria, in una cooperativa che cerca e trova impiego per i detenuti. MONICA MONDO

Anna Maria Franzoni (Infophoto) Anna Maria Franzoni (Infophoto)

Torna spesso negli incubi peggiori, quando si pensa a una pena irredimibile, un dolore indicibile, a una sventura irrimediabile, il nome e il volto di Anna Maria Franzoni. Il suo taglio di capelli, la smorfia della bocca imbronciata, sul suo bel viso, gli occhi velati e lontani, vuoti, anche quando pieni di lacrime. Maschera inconsapevole e tragica, ma senza la ferina ed eterna forza di una Medea, resta un esempio della follia materna, e non solo, un modello dell’assurdità e della confusione del nostro sistema giudiziario e penale. Tocca ricordare la sua storia, anche se è letteratura, purtroppo non da romanzo noir o d’appendice, ma solo da riviste di gossip.

Anna Maria si è svegliata da poco, quella mattina fredda e brumosa di gennaio, nella sua casa di Cogne. Ridente paesino turistico ai piedi del Gran Paradiso. Sveglia i suoi due bambini, prepara la colazione e i vestiti per il più grandicello, che accompagna alla corriera per andare a scuola. Il piccolo, Samuele, dorme nel suo lettone, o ce l’ha messo lei, tranquillo, mentre sbrigava le faccende consuete. Tutte le mattine allo stesso modo, come tutte le mamme del mondo. Però quel giorno è successo qualcosa. In lei, come una molla, una paralisi della coscienza, un’accecamento della responsabilità, un istinto insano e selvaggio. Basta. Basta con quel bambino che piangeva, come tutti i bimbi del mondo, basta con una vita in solitudine, lontana dagli affetti, da amicizie quotidiane, basta, lei così bella ed amata, tra quelle montagne cupe e inospitali. Uno scatto, e poi, affidato il fratellino, tornata in camera, quel bambino sanguinante, palpitante, incapace di urlare, con la testa fracassata, nel suo letto, quel bambino che cerca di rianimare, di tamponare, mentre afferra il telefono, chiama un medico, un’amica, e poi. Morto il suo Sami, cancellato il ricordo di cos’è potuto accadere.

Che sia lei l’assassina, in molti ancora dubitano. Troppo perfetta, troppo dolente, troppo incredibile nei panni di una feroce matricida. L’abbiamo conosciuta giorno dopo giorno, questa donna fragile e cocciuta, “la bimba”, era per tutti i suoi di casa. L’abbiamo studiata per cogliere lampi ed esitazioni, sotto i riflettori e le telecamere, perché la storia e il delitto di Cogne è stato il primo e più sconvolgente caso di cronaca nera vivisezionato dai media. Non era giusto, non era necessario. Ma l’esposizione televisiva ha anche messo in luce le contraddizioni, gli errori nelle indagini, la lentezza dei processi, in mancanza di prove certe, inconfutabili.