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PAPA FRANCESCO/ Ecco perché scandalizza i lefebvriani (e gli atei devoti)

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Papa Francesco (Infophoto)  Papa Francesco (Infophoto)

Gaudron dovrebbe chiarire a quali testi e pronunciamenti magisteriali il Santo Padre starebbe voltando le spalle, cercando di andare oltre gli slogan di un conservatorismo sterile nuovamente a caccia di consensi in nome di un radicalismo politico e religioso lontano anni luce da quella "luce della fede" che i Papi propongono agli uomini come fiaccola per il loro discernimento umano e spirituale. 

Questi estremismi, tuttavia, non vanno derubricati nel folklore. Gaudron si fa portavoce di un disagio crescente del blocco più genuinamente ratzingeriano del cattolicesimo occidentale e di quel mondo laico che a Benedetto guardava con simpatia e riconoscenza. Il problema di un tale sentimento non è solo riconducibile ad una mancanza di consapevolezza sulla realtà della Chiesa, che è plurale e non monolitica e settaria, ma anche alla mancanza di una teologia che sostenga con forza il pensiero del Pontefice. Senza una struttura teologica, che offra fondamento alle frasi del Santo Padre, i suoi richiami rischiano di apparire slogan modernisti o tentativo di restyling religioso. 

Il punto è che non è affatto così. Francesco si inscrive in una tradizione patristica e teologica ben fornita di strumenti capaci di raggiungere non solo il cuore, ma la ragione di ogni uomo di buona volontà. La forza del Papa mette in evidenza la debolezza e l'autoreferenzialità della teologia. Giovanni Paolo e Benedetto furono teologi di loro stessi, diffusori di pensieri profondi e articolati, capaci di diventare orizzonte pedagogico e culturale per tutti. Francesco chiede alla teologia di crescere, di andare e di mostrare al mondo la pertinenza della fede e della Misericordia alle istanze della ragione. In questo senso le parole del Papa ci sfidano ad andare oltre il già saputo per riconoscere, nella sua voce e nelle sue provocazioni, il Risorto che ci chiede di crescere e di seguirlo. 

Gaudron non ha un problema con Francesco, ha un problema con il Vivente, sepolto da lui sotto la polvere dei Concili e dei dogmi, incapace di guidare oggi la Sua Chiesa. Il papa gesuita mette a nudo la nostra incapacità di vivere il rapporto col reale, col presente, come rapporto con Cristo, mostrandoci come ognuno di noi tenda ad optare per la difesa del già saputo e dell'ideologicamente corretto. Senza presente non c'è teologia, ma non c'è neppure reale sequela. E questo dovrebbe preoccupare non tanto la Santa Sede, o i custodi della sana dottrina, quanto il lefebvriano che è nascosto in ognuno di noi e che rischia, dietro un'affettata obbedienza, di essere più lontano dal Papa di quanto egli stesso possa e voglia ammettere. Senza Chiesa, infatti, non c'è Cristo. Ma solo un Dio che assomiglia terribilmente ad ognuno di noi.



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COMMENTI
26/10/2013 - commento all'articolo sopra scritto (alfredo campi)

Sono pienamente d'accordo. Alfredo Campi.

 
14/10/2013 - ragione e cuore (luisella martin)

L'articolo é profondo e ricco di spunti per un approfondimento, forse un po' difficile da comprendere per me. Alla fine, volendo capire sempre di più e sempre più a fondo, forse si finisce col suddividere il problema in mille sottoproblemi più semplici, per questo la risposta alla tesi iniziale tarda ad arrivare alla gente comune. E' successo così per la ragione studiata nel secolo scorso come distinta dalla fede, dal cuore;non potrebbe essere che l'uomo ami anche con la ragione e capisca anche con il cuore? Questo Papa, dopo due grandi Papi che mi hanno riconciliato con la Chiesa, sa parlare, in modo davvero straordinario, al cuore, all'intelligenza e alla coscienza di me peccatrice; si è instaurato un dialogo fra me e lui senza bisogno che mi telefoni! Nelle omelie di Santa Marta da voi riportate, trovo sempre un suggerimento adatto al mio momento. Non mi stupisce che grandi uomini intellettuali non riescano a vedere in Papa Francesco il dono di Dio a tutti noi, ora!