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IL CASO/ Ciaccia (Corte dei conti): la legge "del Buon Samaritano", una spending review sociale

Pubblicazione:mercoledì 16 ottobre 2013

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Tempo di bilanci per la legge 155/2003, meglio conosciuta come “Legge del Buon samaritano”, che quest’anno festeggia il decennale. Il successo del provvedimento è andato oltre le più rosee aspettative: da poche migliaia di pasti e piccole quantità di cibo messe a disposizione delle persone indigenti siamo passati a milioni di pasti e alla distribuzione di grosse quantità di derrate alimentari. Il “trucco”: aver equiparato le onlus che raccolgono le eccedenze di cibo e le consegnano alle persone indigenti al “consumatore finale”, scavalcando in questo modo una legislazione pensata per tutt’altro scopo. Ma, soprattutto, che impediva le donazioni di cibo. L’auspicio ora è che la legge del Buon samaritano diventi un paradigma per tutti gli stati europei. Ne abbiamo parlato con Mario Ciaccia, Presidente onorario di sezione della Corte dei Conti, uno degli estensori della legge, che in questa intervista spiega come questa autentica “rivoluzione” funzioni anche da “spending review sociale”.

La legge del Buon Samaritano compie dieci anni. Possiamo fare un bilancio?

 Un bilancio si può senz’altro fare, si tratta solo di stabilire la scala metrica: se utilizziamo quella da 1 a 10 direi che siamo a 9 e tre quarti. Da poche migliaia di pasti e piccole quantità di cibo messe a disposizione delle persone indigenti siamo infatti passati a milioni di pasti e alla distribuzione di grosse quantità di derrate alimentari. Il bilancio quindi è sicuramente positivo. Su una cosa bisogna ancora insistere.

Cosa?

Bisogna diffondere la cultura, la conoscenza, l’informazione su questa legge importante affinché possa diventare patrimonio comune. Non solo dei cittadini ma dello stesso legislatore che a volte può avere la tentazione di modificare norme che non hanno bisogno si essere modificate, tanto sono semplici. Casomai è necessario che vengano diffuse istruzioni positive agli assessorati regionali, perché con la riforma del Titolo V della Costituzione l’alimentazione è passata fra le competenza delle regioni. Bisogna evitare che si formi una burocrazia, per non trovarci tra altri dieci anni con un bilancio più scarso perché si è intervenuti a sproposito su una materia così delicata.

Possiamo richiamare brevemente i punti di forza della legge?

Quella legge è davvero rivoluzionaria per la sua novità e perché è riuscita ad agganciarsi direttamente a quei principi di solidarietà che non sono scritti solo nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo o nel Trattato di Lisbona del 2009 ma attraversano tutta quanta la nostra Costituzione. Esaminando la legislazione comunitaria e quella nazionale ci siamo resi conto che entrambe erano concepite per l’intermediazione – sottolineo – “commerciale” dei prodotti alimentari, per tutelare il consumatore, evitare frodi, consentire la tracciabilità del prodotto, ecc. In pratica non esisteva nel nostro ordinamento una normativa per la donazione del cibo che si discostasse dall’osservanza di quegli obblighi.

Cosa avete fatto a quel punto?

Con la legge 155/2003 abbiamo scavalcato tutto questo e con un articolo semplice abbiamo assimilato le organizzazioni di volontariato, che non perseguono fini di lucro e hanno l’obiettivo di favorire l’accesso al cibo che viene prodotto in eccesso a chi ne ha bisogno, al consumatore finale.

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