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CASO FASTWEB/ L'avvocato: ora tocca ai Pm pagare per l'errore su Scaglia & co.

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Non vi sono prove, ma il teorema ideato dalla Procura di Roma è più forte e travolge anche i più elementari principi di diritto. Silvio Scaglia ed i manager di prima linea di Fastweb nel febbraio del 2010 vengono arrestati (rimarranno in stato di custodia cautelare per oltre un anno), i loro patrimoni personali sequestrati, mentre le quotazioni di borsa del titolo Fastweb vanno a picco ed una società considerata sino a quel momento un gioiello dell’imprenditoria italiana viene screditata di fronte all’intera comunità finanziaria internazionale. Ora i Giudici della prima sezione penale del Tribunale di Roma hanno riconosciuto che le accuse mosse agli esponenti della società telefonica erano errate ed inconsistenti.

La lunga carcerazione preventiva sofferta da Silvio Scaglia, Roberto Contin e Mario Rossetti, i sequestri preventivi che hanno privato per lungo tempo le loro famiglie dell’intero patrimonio, l’estenuante attesa prima essere riconosciuti innocenti, gli enormi danni reputazionali causati ad una società tra le più efficienti nel panorama internazionale furono dunque il frutto – così hanno riconosciuto i Giudici di primo grado - di una ricostruzione accusatoria assurda e sfornita di ogni riscontro. Bene, finalmente, anche se forse troppo tardi, l’inverosimile odissea giudiziaria di Scaglia & co. è giunta a lieto fine. Il lieto fine non può eludere tuttavia una domanda amara: chi ripara tutto questo male? Chi pone rimedio alle sofferenze patite dai manager riconosciuti innocenti solo dopo lunghi e drammatici anni? Ed ancora: può un sistema democratico tollerare ancora a lungo che gli esponenti di un Potere (quello giudiziario) esercitino le loro funzioni in assenza di meccanismi istituzionali che li chiamino a rispondere delle conseguenze del loro operato ?

Non si tratta ovviamente di invocare ideologiche misure punitive a carico della magistratura, ma di cominciare a riflettere – questa volta seriamente – se abbia un fondamento (e a parere di chi scrive, un fondamento ce l’ha) il recente richiamo della Commissione UE nei confronti del nostro Paese, accusato di essersi dotato di una legge sulla responsabilità civile dei magistrati eccessivamente indulgente e troppo incline a proteggerli dalle conseguenze del loro operato, e per questo già condannato dalla Corte di Giustizia europea nel novembre del 2011. Se l’Italia è parte dell’Unione Europea accetti le sue regole anche quando ciò significa infrangere un “tabù” nazionale.

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COMMENTI
20/10/2013 - Nomen omen (Vittorio Cionini)

mi meraviglio che in questa brutta vicenda nessuno abbia evidenziato l'influenza che può aver esercitato il nome "Silvio" che, ho notato personalmente, può suscitare reazioni allergiche e atti inconsulti in molte persone. Non mi stupirebbe veder annoverare come silviopatia una nuova forma di patologia neurologica dagli esiti infausti. Vittorio Cionini

 
19/10/2013 - Sindrome cinese (Francesco Giuseppe Pianori)

Ma i nostri Giudici sono colpiti dalla Sindrome Cinese, una malattia ancora non ben studiata, che altera le capacità razionali di cogliere la realtà fattuale, dovuta ad intossicazione acuta da ideologia sinistriforme. Bisogna correggere anche la Costituzione ed inserire come articolo 1 il concetto "Non poteva non sapere", che è l'unica norma di codice conosciuta dalla Magistratura "infetta" da Sindrome Cinese. Malattia grave che ha già mietuto molte vittime. :)