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ALBERTO MUSY/ Quel lato luminoso di una storia oscura

Pubblicazione:mercoledì 23 ottobre 2013

Alberto Musy - Infophoto Alberto Musy - Infophoto

Perché riteneva di aver diritto a favori per aver aiutato Musy in campagna elettorale, di aver diritto a soldi e incarichi politici. Furchì ha sempre negato, ma è l’unico indiziato e proprio stamane doveva riprendere il processo, che ora cambia aspetto. E ora? Ecco il senso di quell’interrogativo angosciato. Perché la legge dice che se sei colpevole di tentato omicidio, ti fai parecchi anni di galera. Se di omicidio volontario, c’è l’ergastolo. Se mai Furchì fosse innocente, si comprende il terrore. Se è lui ad aver sparato e ucciso, la pervicacia con cui ha sempre negato non è servita: come una mannaia, un quadro giudiziario ben diverso e temibile arriva forse a rendere ancor più meschino e infame il suo rifiuto a collaborare, la mancanza di un pentimento anche minimo.

Ma c’è una cosa che non torna, in questa storia, all’ennesimo “e ora?” che tocca porsi. La legge riconosceva vivo Alberto Musy, benché immobile, benché in stato vegetativo persistente, come si suol dire. Tanto da essere più clemente con l’attentatore. Tanto da commutare quasi certamente la condanna ora che è sopraggiunta la morte. Perché la stessa legge ci ha spiegato che Eluana non doveva più essere assistita, perché era come morta? Perché si vuol permettere la morte per eutanasia, di quelle come lei, come loro, se si riconosce che l’esistenza è un valore? Se la morte è di Stato, allora si chiama pietà, e non è perseguibile? 



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