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ITALIANI ANALFABETI/ Israel: l'Italia non ha bisogno di ingegneri, ma di uomini

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Cremona era uno scienziato puro, un matematico che coltivava con passione la geometria "sintetica", quella che addirittura si rifiuta di far uso dei numeri; ma era anche così sensibile alla tematica applicativa da farsi protagonista della fondazione della Scuola degli Ingegneri di Roma e, in generale, dello sviluppo degli studi di ingegneria in Italia assieme ad altri suoi colleghi e amici, come Francesco Brioschi, fondatore del Politecnico di Milano e (guarda un po') presidente dell'Accademia Scientifico-Letteraria. L'ingegnere bretone Jules de la Gournerie scriveva a Cremona: «Lei ha riunito, nei giusti limiti, ciò che in Francia si tende a separare, gli alti studi e le applicazioni delle scienze». Era un giudizio forse fin troppo generoso, ma che rifletteva l'immagine del successo italiano, dovuto a personalità come Cremona (che fu ministro dell'istruzione): aver fatto avanzare il fronte dell'istruzione in modo armonioso, tutto il fronte e non uno soltanto. Per questo fu possibile che un grande scienziato umanista come Vito Volterra venisse da un istituto tecnico e che la cultura classica fosse il terreno di formazione di scienziati e imprenditori, fino a tempi molto recenti. 

Nel 1860, il matematico Gaspare Mainardi scriveva al ministro dell'istruzione Mamiani: «Ho detto ai miei dilettissimi scolari che Garibaldi domanda un milione di militi per rendere l'Italia libera e che S. E. il conte Mamiani vorrà milioni di filosofi per conservarla». A Garibaldi bastarono mille combattenti, ma oggi pare che di filosofi per conservarla non se ne voglia più neanche uno. Invece siamo fermamente convinti che un'armoniosa collaborazione tra ingegneri, scienziati, tecnici, filosofi e letterati sia la via giusta per salvare il paese.

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COMMENTI
27/10/2013 - Non c'è un solo percorso verso la cultura (Sergio Palazzi)

Come al solito condivido quasi per intero Israel: un vero progresso richiede cultura ed anima. Ma il "quasi" credo meriti un'osservazione. Strano che un esperto come lui accomuni istituti tecnici e professionali, come fa da troppo tempo la burocrazia ministerial-sindacale. Un corso “professionale” punta in primis alle abilità operative; alla meritoria attitudine a svolgere un lavoro ben fatto: a ogni livello, dal lattoniere al neurochirurgo. Che ciò abbia valore culturale è indubbio ma conseguente. Ben altro è l'Istituto Tecnico che, se non tradisce la sua storica identità, usa l'esperienza pratica per precedere, affiancare e motivare un solido studio teorico, creando un percorso di crescita culturale dell'homo faber che non invidia nulla ad un “liceo fatto tanto per fare”. Sono innumerevoli i “periti” divenuti uomini e donne di cultura solida e completa, anche umanistica (ammesso che chimica e matematica non siano umanesimo). E poi quale liceo, “il Classico-Di-Una-Volta”, o tutte le scuole ribattezzate licei quando han perso il proprio scopo (Magistrali) o a cui lo si è voluto strappare (Istituti d'Arte, già punte di diamante della formazione professionale)? Perché mai il Liceo Scientifico Tecnologico, una sperimentazione ben riuscita, è stato snaturato nel Liceo Scientifico delle Scienze Applicate, arzigogolo in Neolingua che può venir letto come “quello che salva la tua mammina dall'onta di avere un figlio non-liceale, ma salva te dalla fatica del latino”? Eccetera...