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IL CASO/ Angela Bianco, incinta e col cancro: dire sì alla vita anche quando il male ci divora

Pubblicazione:venerdì 25 ottobre 2013 - Ultimo aggiornamento:venerdì 25 ottobre 2013, 11.02

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Erminia, il suo male, i suoi figli, il suo bambino, la sua solitudine, continuamente mi rigiro come in un bozzolo in questi fili annodati. E io chi sono? Le voglio bene per come è lei, senza pretendere che lei prenda la decisione che metterebbe a posto anche la mia sofferenza? E poi qual è la decisione che vorrei per il suo futuro? Tante volte abbiamo detto che la bacchetta magica non l’abbiamo, ma adesso…

Poi una telefonata a casa e Erminia mi dice: “io non tolgo il bambino, lui è piccolo, mi curerò dopo”. E’ sollievo il mio? Forse sì, ma resta una grande preoccupazione. Non vedo più spesso Erminia, l’ho affidata a un’altra operatrice, psicologa, che vive le situazioni con grande calore ed empatia. A tratti mi giungono aggiornamenti su come stanno andando le cose: la gravidanza va avanti bene ma il suo tumore prende più spazio dentro di lei. 

Ai primi di gennaio, Erminia mi telefona, apparentemente serena e sorridente, per farmi gli auguri di buon anno e un’altra volta mi chiedo che ne sarà di lei. Poi arriva febbraio. Paola, la psicologa che la segue, mi annuncia che Erminia, sempre più consapevole di ciò che le sta accadendo, ha preso in considerazione la possibilità di donare il suo bimbo, con la forma dell’adozione, naturalmente, a un’altra famiglia.

Sono un’altra volta sottosopra. Che cosa è accaduto di nuovo? La buona comunicazione con i medici ci soccorre ancora. Il parto deve essere anticipato per permetterle di affrontare subito la terapia in dose massiccia. Partorisce invece spontaneamente ed è un bel bambino a cui lei, nel suo cuore, ha dato il nome del medico che se ne sta prendendo cura, Roberto. La sento dieci minuti dopo il parto e mi dice: “non me lo hanno nemmeno fatto vedere!” Certo è la procedura per le donne che scelgono l’adozione per il loro bambino, ma la malinconia nella voce è qualcosa di molto tangibile. Tutto sembra di nuovo in discussione: è convinta di ciò che sta per fare? “Ho dieci giorni per decidere” dice e forse le sembra un tempo lunghissimo.

Ci ritroviamo con l’équipe dei medici, con Erminia e la nostra psicologa Paola. Lei è zitta, si capisce che è molto concentrata. Alle mie parole: “Erminia, vorremmo anche sentire la tua voce”, scoppia in un pianto liberatorio. “Se non fossi stata da sola, se mia sorella mi avesse perdonato, se il padre del mio bambino mi aiutasse, se… Ma io sono una cattiva madre se lascio il mio bambino? Il sacerdote mi ha detto che sono buona ma io non…”.

Tutti noi presenti ci affrettiamo a rassicurarla e mentre gli altri parlano, sento pulsare il suo dolore e capisco l’inutilità delle parole anche se pronunciate con calore e partecipazione. Alla fine si asciuga gli occhi: “è meglio che cresca con una famiglia che lo possa mandare a scuola…”. 


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COMMENTI
25/10/2013 - Grazie di cuore Donne care. (claudia mazzola)

Di fronte a queste donne meravigliose posso solo stare zitta e ringraziare il Signore di avermele donate come testimoni di un'Amore esistente.