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L'intervista/ Julian Carron: festeggiamo la fedeltà di Dio al nostro niente

Pubblicazione:giovedì 31 ottobre 2013

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Ogni uomo deve fare il proprio cammino, andare fino in fondo a quella che è la propria strada: solo così potrà verificare fino in fondo la capacità che essa ha di rispondere a tutte le sue esigenze. Oggi il Cristianesimo entra nell’agone di questa diversità religiosa. Non ha nessuna priorità. Questo, in fondo, è il fascino del nostro tempo: il Cristianesimo deve mostrare in mezzo a questa pluralità di forme in cui viviamo la sua ragionevolezza. Così gli uomini potranno fare il paragone tra l’esperienza che hanno scelto loro e quello che vedono testimoniato dai cristiani. 

 

Giovanni Paolo II gridava: «Non abbiate paura» di rivolgervi a Cristo. Oggi forse Papa Francesco dice un «non abbiate paura» anche ai suoi: non abbiate paura in un mondo in cui siete, ormai, in minoranza. 

Certo. Per questo è importantissimo per il cristiano che possa vivere un’esperienza, come ci ha insegnato sempre don Giussani. Che la fede sia un’esperienza presente, dove io trovi la conferma della sua rilevanza. Altrimenti non potrà resistere in un mondo in cui tutto dice il contrario. La sfida e la bellezza drammatica di questo momento storico è questa: che noi cristiani non abbiamo 

nessun altro sostegno, nessun altro vantaggio e punto d’appoggio che l’esperienza di bellezza che facciamo nella fede, insieme ai nostri fratelli. 

 

Questo afflato generale per Papa Francesco è una moda esteriore o tocca in qualche modo la fede in Cristo? 

Mi sembra che più che una moda sia un segno del bisogno che noi, credenti e non credenti - come dimostra ad esempio il dialogo tra Papa Bergoglio ed Eugenio Scalfari - abbiamo di essere raggiunti dalla misericordia e dalla tenerezza di Dio attraverso un volto, uno sguardo umano, che ti renda Dio talmente vicino che sia facile riconoscerlo. In questo senso c’entra già con la fede, che non è altro se non il riconoscimento di una presenza che risponde all’attesa dell’uomo. Che cos’è il Cristianesimo se non il Verbo che è diventato carne, è diventato palpabile, e attraverso questa carnalità rende vicine agli uomini la tenerezza e la misericordia di Dio? Gli uomini di oggi, anche quelli apparentemente più lontani dal punto di vista culturale o anche religioso, mi sembra che lo avvertano in questo Papa. 

 

Come dovrebbe comportarsi il cristiano in un mondo in cui è nettamente in minoranza? Cercando di sfruttare al meglio le sue rendite di posizione? 

Prima di tutto dovrebbe accorgersi che questa strategia dell’egemonia, se mai abbiamo pensato che fosse quella giusta, si è dimostrata completamente fallimentare. Anche se si fossero raggiunti tanti posti e tanti luoghi di potere. Il cristiano ha solo una chance, perché la sua potenza non è tenere in mano nessun tipo di potere ma essere testimone della novità di Cristo che è entrata nella storia proprio per affascinare e conquistare il cuore degli uomini. Non perché siamo di meno la luce brilla meno: la luce non brilla meno nel buio. La gente rimane stupita quando incontra persone, oggi, che rendono trasparente questa vita che per loro è sconosciuta. Non c’è - e speriamo di averlo imparato per sempre noi cristiani - un’altra modalità che non sia la testimonianza, cioè il trasparire della bellezza di Cristo. Non c’è altro metodo. 

 

Non è un po’ complicato essere cristiani oggi? Troppo impegnativo. 

Ma questo perché quello che si chiama Cristianesimo a volte non è altro che una sua riduzione etica. Se invece, come il Papa - e anche Benedetto XVI e Giovanni Paolo II - ci testimonia è una bellezza che attira, è una cosa facile: basta lasciarsi conquistare. Persino Scalfari è contento che il Papa gli scriva o lo incontri. È andato di corsa a trovarlo quando Bergoglio lo ha chiamato. Questo non toglie il dramma di ciascuno di assecondare o non assecondare quello che gli è capitato. Ma di per sé è facilissimo.

 

(da L'eco di Bergamo, 31 ottobre 2013)



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