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9 OTTOBRE 1963/ Il superstite: vi racconto il mio Vajont

Pubblicazione:mercoledì 9 ottobre 2013

La diga del Vajont (Immagine d'archivio) La diga del Vajont (Immagine d'archivio)

Certo. Ma finimmo nelle mani di sedicenti esperti che davano le più ampie rassicurazioni. Anche le nostre autorità locali erano preoccupate, ma la risposta era sempre la stessa: state tranquilli, siete in buone mani, ci pensiamo noi, abbiamo i tecnici migliori al mondo, eccetera eccetera. La realtà era che la montagna si stava già muovendo, la gente era terrorizzata. Andarono avanti comunque.

Che indizi avevate?
Nella montagna si erano aperte delle faglie impressionanti, si potevano vedere da chilometri di distanza. Certo bisognava avere occhi per vedere. Le costruzioni che erano sul posto si crepavano e si spaccavano, i movimenti della montagna provocavano terremoti che si sentivano a largo raggio. Tuttoe cose perfettamente registrate e documentate. Ma nascosero tutto e con la complicità di chi doveva controllare e le autorizzazioni che non dovevano essere date, si andò avanti.

A chi si riferisce? 
Alla Sade, all'Enel che gestiva l'impianto al momento del disastro, e allo Stato, che ha dato le autorizzazioni e non ha vigliato. Il processo ha certificato tutto questo in via definitiva: la sentenza parla di omicidio plurimo con l'aggravante della premeditazione. Vuol dire che sapevano tutto, che il disastro è stato voluto e programmato. Sapere che tra i condannati c'è lo Stato è una cosa che non ci ha mai dato pace. Personalmente l'unico alibi che posso concedere ai criminali, perché di questo si tratta, è che forse l'evento è stato talmente repentino e grande da andare al di là delle loro previsioni. Le loro simulazioni davano a rischio di morte centinaia di persone, forse per quegli uomini erano poche.

Questa tragedia come ha cambiato la vostra vita?
Le rispondo con una frase che sento spesso dai miei compaesani: le cose peggiori le abbiamo viste e vissute dopo. Il Vajont è stato esemplare e ha fatto scuola: il malfunzionamento della giustizia, le lungaggini, le difficoltà dei sopravvissuti. Noi volevamo giustizia e verità, e questo ci è costato anni e anni di scacrifici e di costi.

Parla della ricostruzione?
Sì. Delle centinaia se non migliaia di miliardi di lire spesi sui territori interessati, oggetto di incredibili ladrocini e speculazioni. Come si è visto già in altri casi di terremoti e alluvioni, arrivano sul territorio uomini senza scrupoli che cercano di fare i loro sporchi affari sulla pelle di chi è stato colpito. E io devo purtroppo dire, anche per aver partecipato alla ricostruzione, che quella legge − la 357 del 1964 − è stata scritta ad arte per favorire questi affari. 

Allude ai risarcimenti?
Ai risarcimenti, alla ricostruzione delle zone industriali, artigianali e via di seguito. I soldi del Vajont sono andati a finire in certe banche svizzere, e non solo.

Perché, con quello che è successo, siete rimasti?
E dove dovevamo andare? La nostra economia era basata sulla terra. Vivevamo sulla terra e della terra. Andarcene dove, a spese di chi?

Di quella immane tragedia oggi, a parte il corpo di frana, è rimasto il simbolo, una diga intatta alta 270 metri.


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