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9 OTTOBRE 1963/ Il superstite: vi racconto il mio Vajont

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La diga del Vajont (Immagine d'archivio)  La diga del Vajont (Immagine d'archivio)

La diga non è minimamente implicata nel disastro, anzi è un'opera perfetta sotto il profilo ingegneristico. Il punto è un altro, è che questa valle non doveva essere riempita d'acqua. Sì, è vero, è un simbolo. Ormai è diventato un luogo della memoria, come i campi di concentramento in Germania, dove sono avvenuti dei fatti che rappresentano il peggio dell'umanità. Al Vajont arrivano 150mila visitatori l'anno. La gente viene perché vuole vedere.

E lei, nella gente, che cosa vede?
La prima cosa è l'incredulità. E poi quando conoscono la verità e le testimonianze si indignano per quello che l'uomo è capace di fare.

Sono arrivate le scuse dello Stato. Lei le accetta?
Sì, anche se ancora non sono arrivate in maniera formale, e soprattutto non sono arrivate dal vero rappresentante dello Stato che è il presidente della Repubblica. Ne parlavo l'altro giorno col sindaco di Longarone: speriamo ancora che Napolitano venga e parli.

Questi 50 anni sono serviti alla verità o no?
Sì, l'hanno aiutata. Il Vajont ha questo di particolare, che riserva sorprese continue. Anche negli ultimi tempi. Ho sentito personalmente l'allora giudice istruttore Mario Fabbri dire che quando interrogò i vertici dell'Enel, questi gli misero sul banco i dieci miliardi che avevano a disposizione. 

A Voi oggi che cosa interessa?
Perpetuare questa memoria alle generazioni future. Dobbiamo essere capaci di dare informazioni giuste, migliori, opportune. Oltre che imparare a prevenire quello che può succedere sul territorio.

L'uomo ha creduto di essere padrone della terra?
Non è questo... la vera ragione di quel disastro è stata l'avidità di persone senza scrupoli.

(Federico Ferraù)



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