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IL CASO/ 1. Madri segrete e figli adottati: quel diritto che in Italia non c'è

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Non c’è dubbio che l’impossibilità di accedere a determinate informazioni – si pensi in particolare a tutte le informazioni utili all’anamnesi clinica materna – potrebbe anche essere causa di gravi pregiudizi per la salute e la cura dell’adottato. Ma il legislatore nazionale non esclude affatto l’accesso a questo tipo di informazioni. Tutte le informazioni “non identificative” sono infatti sicuramente accessibili. In particolare, nel codice in materia di protezione dei dati personali è chiaramente disposto che, per tutto il periodo in cui deve permanere il segreto sull’identità della donna che ha partorito, sia pur con le opportune cautele volte a impedirne lo svelamento, può essere senz’altro accolta ogni richiesta di accesso che miri alla conoscenza di qualsiasi altra notizia relativa all’origine dell’adottato (art. 93, comma 3, d. lgs. 30 giugno 2003, n. 196). Né la garanzia dell’anonimato della partoriente impedisce di per sé alle strutture sanitarie di provvedere alla raccolta di informazioni riguardanti la salute della donna o anche di notizie sulle sue condizioni di vita e sui motivi che l’hanno indotta alla scelta dell’anonimato: informazioni e notizie destinate a essere messe a disposizione degli adottanti affinché, a loro volta, possano adempiere ai propri doveri di informazione nei confronti dell’adottato.

Vero è che, a differenza di quanto avviene in altri ordinamenti che ammettono il parto anonimo, la legge italiana non ha previsto che, in un momento successivo (magari di fronte alla richiesta dell’adulto adottato di conoscere le proprie origini), la donna possa anche decidere spontaneamente e volontariamente di rimuovere il segreto sulla propria identità. È questo un punto sul quale un intervento del legislatore sarebbe forse opportuno, non essendo immaginabile al riguardo un intervento additivo del giudice costituzionale, che non potrebbe certo farsi carico di elaborare anche tutta la procedura necessaria a contattare la donna e a raccoglierne il consenso. Non sembra invece altrettanto opportuno un intervento volto a cancellare del tutto il diritto della donna a partorire nell’anonimato. Non sembra infatti per nulla irragionevole un’opzione legislativa nel senso che, nel bilanciamento tra il diritto dell’adottato a conoscere l’identità della donna che l’ha messo al mondo, da un lato, e la salvaguardia della vita del nascituro e la tutela della salute e della riservatezza della donna, dall’altro, debbano essere proprio queste ultime esigenze a prevalere.

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