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IL CASO/ 1. Madri segrete e figli adottati: quel diritto che in Italia non c'è

In Italia non è previsto, spiega EMANUELE BILOTTI, che la madre che ha partorito anonimamente, in un momento successivo possa decidere spontaneamente di rivelare la sua identità

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La legge italiana riconosce alla donna la facoltà di partorire nell’anonimato. L’accesso alla documentazione che permetterebbe di identificare colei che si sia avvalsa di tale facoltà è consentito a chi vi abbia interesse, compreso l’adottato adulto, solo dopo cento anni. Alla partoriente è dunque riconosciuto il diritto all’anonimato anche in caso di conflitto col diritto dell’adottato adulto a conoscere le proprie origini. La scelta politica sottesa a certe regole è facilmente riconoscibile: il legislatore italiano ha inteso proteggere la salute della donna e la vita del nascituro in tutte quelle situazioni di particolare difficoltà dal punto di vista personale, economico o sociale, in cui la prima abbia maturato la scelta di non tenere con sé il bambino. Alla donna viene infatti offerta la possibilità di partorire comunque in una struttura sanitaria appropriata e di mantenere al contempo l’anonimato nella dichiarazione di nascita. Si è voluto così contribuire alla prevenzione degli aborti, in particolare di quelli clandestini, degli infanticidi e degli abbandoni di neonati. È solo per queste finalità che viene sacrificato il diritto dell’adottato adulto a conoscere l’identità di colei che lo ha messo al mondo.

Attualmente certe regole sono di nuovo soggette al vaglio di legittimità del giudice delle leggi, il quale, a quanto si apprende dalla stampa, si appresta ormai a rendere nota la propria decisione. Questa interviene dopo che, negli ultimi anni, le stesse regole sono già state oggetto di valutazioni contrastanti dapprima da parte della stessa Corte costituzionale e poi anche da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Nella sentenza n. 425 del 25 novembre 2005 la Corte costituzionale ha infatti ritenuto che le norme sul parto anonimo siano «espressione di una ragionevole valutazione comparativa dei diritti inviolabili dei soggetti della vicenda» e ne ha perciò escluso l’illegittimità. Nella più recente sentenza del 25 settembre 2012 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (affaire Godelli c. Italie, n. 33783/09) ha invece reputato che la legge italiana, nel riconoscere alla donna il «diritto puramente discrezionale di mettere al mondo un figlio in sofferenza, condannandolo per tutta la vita all’ignoranza», attribuisce una «preferenza cieca all’esclusivo interesse della madre» con grave pregiudizio del diritto del figlio a conoscere le proprie origini, un diritto che sarebbe garantito dall’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo laddove riconosce a ogni persona il diritto al rispetto della vita privata e familiare.