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LA STORIA/ Antonio (carcerato): vedere mia moglie con i calli alle mani mi ha fatto "ricredere"...

Pubblicazione:martedì 12 novembre 2013 - Ultimo aggiornamento:martedì 12 novembre 2013, 11.22

Immagine d'archivio Immagine d'archivio

Antonio, ex carcerato libero da circa un anno dopo decenni trascorsi in prigione, ci racconta la sua testimonianza sull’esperienza del carcere che ha segnato la sua esistenza e il recupero grazie all’associazione Incontro&Presenza che lo ha riscattato. Punta il dito contro i politici – “Dicono belle parole, ma poi in concreto non muovono un dito” – e  ci dice la sua sull’indulto e sull’amnistia (di cui comunque non ha beneficiato) invocata negli ultimi tempi con insistenza dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “è giusto concederli, la gente deve capire che siamo esseri umani come tutti”.

Antonio, lei che ha vissuto la realtà del carcere per diversi anni, cosa ne pensa dell’emergenza dei penitenziari che mette in serio rischio i diritti umani basilari della persona? È un’emergenza gravissima, ed è sotto gli occhi di tutti. Da sempre. I detenuti sono trattati come bestie e devono vivere come bestie nelle celle, al di là se abbiano commesso o meno un reato: questo è assolutamente inaccettabile. E non dimentichiamoci infatti che la stragrande maggioranza di detenuti è tutta in attesa di giudizio.

E infatti il Presidente Napolitano si è fatto sentire, richiedendo indulto e amnistia. Cosa ne pensa? Tutte le amnistie e gli indulti sono atti di clemenza ed è giusto concederli, ma se non cambia in primis la società, tutto diventa inutile. La stessa società deve progredire e in qualche modo riabilitarsi; deve capire che chi esce dal carcere ha bisogno di un aiuto. Io sono stato fortunato a trovare l’associazione Incontro&Presenza che mi ha aiutato, ma non tutti trovano questo supporto e hanno la mia stessa fortuna.

Quindi, se usciti si trova solo emarginazione e diffidenza…Senza opportunità di lavoro sono portati a delinquere di nuovo, e quindi il problema non viene risolto alla radice. Invece di costruire nuove carceri, che costruiscano possibilità di inserimento lavorativo per queste persone e sono sicuro che si avrebbero i risultati sperati.

Ci può raccontare il suo cambiamento personale profondo e quale sia stata la molla che l’ha spinta verso la redenzione
. La molla che mi ha fatto ricredere è stata mia moglie e i miei figli innanzitutto. Vedere mia moglie che mi veniva a trovare con i calli alle mani ha fatto scattare qualcosa dentro di me.  Come secondo imput, senza dubbio, il conoscere le persone dell’associazione Incontro&Presenza: parlando insieme abbiamo approfondito un’amicizia.

E fuori? Quando sono uscito sono venuti a trovarmi, senza impormi o inculcarmi nulla, con il loro modo semplice di vivere, mi hanno fatto capire che era meglio non delinquere più, ma avvicinarsi alla strada della Chiesa e di Dio, che è l’unica soluzione e modo per essere in pace con se stessi e la propria coscienza.


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