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Cronaca

IL CASO/ Rose Busingye: manca un adulto "vero" alle ragazze-doccia e ai Paolini-Boys

Gabriele Paolini (Infophoto)Gabriele Paolini (Infophoto)

Tempo fa venne da me un ragazzino cui avevano ucciso i genitori, decapitandoli davanti ai suoi occhi. Aveva 10-11 anni. Mi disse: "mandami a scuola, imparerò ad ammazzarne il doppio". Non c'erano molti discorsi da fare di fronte a un dramma del genere. Così l'ho mandato a scuola. Dopo due anni è tornato da me con un disegno e mi ha detto: "quando sarò grande ti comprerò un motorino e un grande casco perché tu non ti rompa la testa, e poi voglio costruire una casa per quelli come me". Adesso quel ragazzo va all'università. Cos'è cambiato? Credo abbia sperimentato di essere guardato in modo diverso. 

Non ci rendiamo conto che l'educazione avviene spesso per osmosi, attraverso il modo con cui uno è guardato. Così il punto di riferimento che mancava a quel ragazzino è diventato la sua consistenza, quel ragazzino ha trovato la sua identità. Senza che nessuno gliel'abbia imposto. Chi educa deve dire all'altro: vieni con me, io sto andando verso una verità che non sono io, sto seguendo qualcuno. Allora uno diventa compagno di un cammino che si fa assieme, senza distinzione tra superiore e sottoposto. Un cammino in cui ci si corregge anche. Tante volte invece chi educa ha la pretesa di dire: "segui me". Nell'educazione uno invece scopre di appartenere originalmente. 

È provato anche dalla scienza: c'è una parte del cervello che non si sviluppa, neuroni che altrimenti non si collegano se uno non riconosce di appartenere. Se non hai qualcosa da cui dipendere il tuo io è come un'automobile che sbanda. E se uno non si cura, la situazione può diventare drammatica.

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