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STATO-MAFIA/ Agueci (proc. Palermo): chi ha interesse a "far parlare" Riina?

Pubblicazione:domenica 17 novembre 2013

Il pm Nino Di Matteo (Infophoto) Il pm Nino Di Matteo (Infophoto)

Sono assolutamente d’accordo. Pubblicando una notizia del genere non si fa altro che amplificare fatti che dovrebbero essere riservati e che andrebbero affrontati e risolti nelle sedi competenti senza possibili condizionamenti esterni. Il processo deve essere tenuto al riparo da queste vicende, ed è ovvio che tutto ciò non giova alla sicurezza dei nostri colleghi.

 

Inizialmente si pensava di trasferire Di Matteo in una località segreta. Crede sia la soluzione più giusta?

Si tratta di scelte tecniche riservate agli apparati della sicurezza su cui è difficile fare un commento. Credo però che sia molto importante il fatto che Di Matteo abbia espresso la volontà di rimanere al suo posto, anche perché tirarsi indietro significherebbe in parte dare ragione a chi manovra queste strategie intimidatorie. Inoltre, proprio perché bisogna gestire un processo delicato come quello sulla trattativa, allontanare Di Matteo significherebbe fare a meno di una delle persone che sono maggiormente impegnate su questo fronte. E anche questa sarebbe una forma di condizionamento.

 

In una precedente intervista, lei ci aveva detto di aver incontrato Paolo Borsellino a Palermo pochi giorni prima che venisse ucciso. Lui, insieme a Falcone, venne trasferito per sicurezza nel 1985 nella foresteria del carcere dell'Asinara. In base alla sua esperienza, quali sono i punti in comune tra quel caso e questo che vede coinvolto Di Matteo?

Stiamo parlando di epoche profondamente diverse. Ho dei ricordi personali molto vividi di quel periodo: non abitavo ancora a Palermo, ma ogni volta che dovevo andarci per motivi professionali o personali si percepiva chiaramente una situazione di città sotto assedio, cosa che oggi effettivamente non c'è più. Bisogna poi dire che, nel caso che viene ricordato, Falcone e Borsellino dovevano redigere l’ordinanza di rinvio a giudizio del cosiddetto "maxiprocesso", quindi era necessario assicurare ai magistrati una situazione di massima tranquillità. Credo sia normale, dunque, che in un periodo di allarme come quello si decise di adottare tale soluzione. Oggi è tutto diverso, anche se l'attenzione rimane ovviamente altissima.

 

(Claudio Perlini)



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