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GIORNALI/ Bottega, Tortora, Scaglia: un giudice credente è più bravo degli altri?

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Insomma, questo in sintesi il commento del fondo, la sentenza emessa dal giudice non sempre è giusta e non sempre quel che viene acclarato corrisponde alla verità storica effettiva, e spesso ciò è reso palese proprio dalle sentenze del grado di giudizio successivo. Nondimeno non possiamo fare nulla per eliminare l’errore umano e non ci resta che accettare l’inevitabile tasso di ingiustizia potenzialmente insita in ogni provvedimento giudiziario. Del resto – conclude l’articolista – la “verità rivelata è solo per i credenti”.

Ora, su tale ultimo punto mi permetto di dissentire dall’opinione di Tinti. Che la Giustizia nel suo compimento ultimo e nella sua perfetta realizzazione non sia di questo mondo, non significa infatti che la “verità rivelata”, cioè ciò che i cristiani riconoscono come ideale già presente qui ed ora, non possa avere alcuna incidenza anche sul modo con cui un giudice già in questo mondo svolge le sue funzioni ed opera le sue valutazioni nel caso concreto.

La fede non è una pia illusione, né il termine di una visione staccata da un mondo che segue dinamiche opposte ed antitetiche, ma – come ricorda papa Francesco nella su recente enciclica – “illumina la vita” in tutti i suoi aspetti. Per usare una formula ancora più sintetica – quella di Benedetto XVI – “l’intelligenza della fede diviene intelligenza della realtà”, così che, ad esempio, per restare nell’ambito che qui interessa, il giudice chiamato a valutare il caso concreto potrà meglio avvedersi della complessità e della concretezza degli elementi fattuali sottoposti al suo esame, sarà portato ad essere più attaccato a questi che non al preconcetto con cui inevitabilmente ed in prima battuta si è portati a rapportarsi con ciò ciò che ci si trova di fronte, e farà dipendere la sua decisone da tali elementi fattuali più che dall’ansia di rispondere ad un attesa collettiva (si pensi, ad esempio, ai casi di giustizia sommaria nel periodo cosiddetto di Tangentopoli) o di conseguire a tutti costi un risultato spesso ideologicamente ritenuto necessario (si pensi alla “lotta alla mafia” di fronte alla quale vale anche la soppressione di ogni garanzia difensiva).

Così facendo il giudice ridurrà progressivamente – e non di poco – quel pur inevitabile margine di errore e di ingiustizia insito in ogni decisone umana.

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