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2 NOVEMBRE/ Il grande inganno laico della "festa della memoria"

Pubblicazione:sabato 2 novembre 2013

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Poche tradizioni come quella legata al 2 novembre, e alla memoria dei defunti, sono così sentite dal popolo cristiano. Esso, che nella gran parte dell’anno pare essere scomparso, immerso nel nulla che tutti noi attrae, in questa ricorrenza si manifesta, si raduna, si ricompagina silenziosamente, avvolto dall’uggia del tempo e da un certo pudore che la memoria del dolore porta con sé. Non esiste un sacerdote su questa terra che, dinnanzi a questo silenzioso sfilare di volti e di preghiere, non si interroghi sulla forza che il mistero della morte esercita su ogni uomo, unito alla percezione, scientificamente irrazionale ma umanamente potente, di un’effettiva comunione tra questo nostro mondo di carne e un altro mondo di spirito, impalpabile eppure vivo, presente.

Mosso da queste considerazioni, e da quanto ogni anno la retorica commerciale, ma anche cattolica, afferma sulla tradizione nordica di Halloween, mi sono dovuto chiedere più volte – anche come professore di Storia delle religioni – che senso avesse questa sosta che, nel cuore dell’autunno, coinvolge milioni di persone e rende i nostri cimiteri, e le nostre stesse Messe, mete silenziose di un compunto pellegrinaggio. La prima cosa che mi viene da pensare è che tutto questo brulicare di sospiri e di silenzi, attorno alle tombe dei nostri cari, altro non sia che il manifestarsi del desiderio ultimo di Infinito che ci abita, del bisogno di amare che ci spinge sempre al di là di ciò che siamo e di ciò che vorremmo essere. È come se, in questo giorno di memoria, questo desiderio si prendesse la sua rivincita e dicesse: “Nemmeno la morte mi può fermare, nemmeno la morte mi può spegnere perché Io – il Cuore – non posso smettere di amare”.

L’affermazione di un amore che non conosce confini, nemmeno quelli biologici della nostra esistenza, si accompagna ad un’intima consapevolezza che abita ognuno di noi: ciascuno, infatti, sa di provenire da una storia, una trama di volti e di gesti a cui deve gran parte del proprio essere, e alla quale sente la necessita di rivolgersi con rispetto e gratitudine. Ogni uomo è portatore di Infinito; ogni uomo nasce con un debito di amore verso chi lo ha preceduto e con cui le viscere della propria vicenda terrena si sono intrecciate fino a diventarne naturale prolungamento, come un erede che sa di esserne responsabile. Affermare questo, e saldare il nostro debito con la storia, ci porta ogni anno a farci pellegrini tra i volti di sbiadite fotografie e di lapidi dedicate a chi non c’è più, consapevoli che non basta compiere questo gesto una sola volta, ma che ogni anno – per essere davvero autentico – ha bisogno del proprio “bagno di memoria”.


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